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I migliori 5 trekking in Nuova Zelanda

I migliori 5 trekking in Nuova Zelanda

Se cerchi un’avventura dall’altro capo del mondo, un trekking in Nuova Zelanda è certamente un’esperienza straordinaria. 



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La Nuova Zelanda è una meta lontanissima ma allo stesso tempo relativamente facile da raggiungere, una volta messe in conto tante, ma proprio tante, ore di aereo. È un paese che offre molte opportunità di viaggio, soprattutto di viaggio attivo, grazie alla passione sfrenata dei suoi stessi abitanti per le attività all’aria aperta. Il fatto che si parli inglese e che la cultura sia prevalentemente occidentale, poi, rende tutto più semplice, ma non per questo meno esotico.

Come per l’Australia , inserire alcuni giorni di trekking nel programma di viaggio permette di approfittare al massimo della natura neozelandese e, in qualche modo, di ridurre i costi.

I neozelandesi sono così appassionati di trekking che hanno adottato una parola tutta loro per indicare l’ “attività di camminare su percorsi lunghi con terreno irregolare”: tramping! E gli escursionisti sono tramper. Con questo termine sottintendono tutte le scomodità (e soddisfazioni!) del caso: zaino in spalla, lunghe tappe, campeggio, fango, clima imprevedibile, e chi più ne ha più ne metta! È quindi caldamente consigliato includere in un viaggio agli antipodi qualche giorno di tramping, che sia nella versione più edulcorata delle brevi camminate, o nella versione delle cosiddette Great Walks. L’importante è camminare!

La Nuova Zelanda è composta da due isole principali, quella settentrionale (North Island) e quella meridionale (South Island), separate dello stretto di Cook. La North Island è la minore delle due ma è la più popolata (3,7 milioni di abitanti, il 77% della popolazione totale); è qui che si trovano le città principali, tra cui Auckland e la capitale Wellington. La South Island ha una popolazione di soli 1,1 milioni di abitanti, concentrati per un terzo nella principale città dell’isola, Christchurch.

Il periodo migliore per un viaggio (e un trekking) in Nuova Zelanda va da ottobre a marzo. È consigliabile evitare i mesi di gennaio e febbraio perché sono i più gettonati e quindi i più cari. I mesi invernali sono l’ideale per lo sci e per l’avvistamento dei cetacei, ma per il trekking fa forse troppo freddo. In ogni caso ogni pagina ufficiale di ogni percorso specifica il periodo ideale per intraprenderlo, e in alcuni casi i periodi di chiusura.

Il punto di partenza per organizzare un trekking in Nuova Zelanda è l’ottimo sito internet ufficiale dell’Ente turismo della Nuova Zelanda: www.newzealand.com. Qui, tra le “Cose da fare” sono messe in evidenza le opzioni di camminate, divise per lunghezza e posizione geografica. Esiste anche una sezione specifica relativa ai trekking con guida. 

Al di là delle valutazioni personali, i trekking guidati hanno due grandi vantaggi rispetto a quelli in autonomia, che meritano di essere sottolineati. Innanzitutto, poiché molti percorsi (soprattutto le Great Walks) sono a numero contingentato (v. sotto), ai trekking guidati sono riservati alcuni accessi, un’alternativa da valutare nel caso in cui la Great Walk di vostra scelta non dovesse avere posti disponibili per le date a voi consone. In secondo luogo, la maggior parte delle Great Walks e degli altri percorsi di più giorni sono attrezzati solamente con bivacchi, obbligando quindi gli escursionisti a portare con sé tutto il necessario. Questo può rappresentare un problema soprattutto per i viaggiatori internazionali. Affidandovi a un operatore locale potrete invece trovare tutto in loco. Un compromesso al trekking guidato può essere l’affitto dell’attrezzatura (soprattutto per la cottura del cibo) sul posto presso un operatore autorizzato, per poi avventurarsi comunque in autonomia.

Un sito molto utile per conoscere i trekking in Nuova Zelanda più adatti alle nostre esigenze è anche: questo del Governo , dove un comodo motore di ricerca per regione/durata/difficoltà permette di filtrare i risultati.

Se la Nuova Zelanda offre migliaia di chilometri di percorsi, quelli per cui vale veramente la pena volare fino all’altra parte del mondo sono le Great Walks, un selezionato gruppo di nove percorsi (8 a piedi e 1 in canoa) di più giorni, distribuiti tra l’isola settentrionale e quella meridionale. Le Great Walks sono gestite dal Department of Conservation che ne controlla l’accesso e l’utilizzo delle strutture. Il sito ufficiale permette di informarsi su cosa portare e come organizzarsi, e soprattutto di prenotare.

 I posti disponibili sono scarsi e quindi è altamente consigliato prenotare con ampio anticipo (anche di un anno per percorsi come il Milford Track). Il costo della prenotazione varia a seconda del percorso, della sistemazione prescelta (bivacco o campeggio) e della durata del trekking.

Merita una citazione, anche se non propriamente di trekking, la NZ Cycle Trail, un insieme di percorsi ciclabili per un totale di 2500 km. Il sito ufficiale permette di individuare il percorso a noi più adatto ed, eventualmente, i contatti per l’affitto dell’attrezzatura.

Qui di seguito una selezione, certamente non esaustiva, di alcune delle migliori tramping route della Nuova Zelanda.

Milford Track (Great Walk)

Forse il trekking in Nuova Zelanda più conosciuto, il Milford Track è regolarmente inserito nelle classifiche dei migliori percorsi al mondo. Valutazioni personali a parte, il Milford Track è sicuramente uno dei gioielli degli antipodi. Si sviluppa nella parte sud-orientale della South Island per un totale di 53 km tra il lago Te Anau e Milford Sound, raggiungendo un’altitudine massima di 1140 m in corrispondenza del Mackinnon Pass. È previsto che venga completato necessariamente in 4 giorni e 3 notti.

Il percorso è stato tracciato per la prima volta nel 1888 da Quintin McKinnon (lo stesso del Pass qui sopra), di fatto la prima guida turistica del posto. Il percorso attraversa un ecosistema alpino caratterizzato da imponenti pareti rocciose, ghiacciai, laghi alpini e cascate. La località di arrivo, il Milford Sound, è un fiordo contornato da colline che si riflettono nell’acqua cristallina creando uno spettacolare effetto a specchio.


Il Milford Track è dotato di tre bivacchi attrezzati con 40 brandine, gas per cucinare, riscaldamento, illuminazione e materassini. Il periodo migliore per intraprendere questo percorso va da metà ottobre a fine aprile. Da maggio a metà ottobre l’accesso al Milford Track, pur rimanendo a pagamento, è libero ma è bene ricordare in questi mesi i bivacchi sono senza i (pochi) confort e alcuni attraversamenti lungo il tragitto sono rimossi. Durante i mesi invernali è alto il rischio di valanghe e di ipotermia a causa delle temperature rigide e dell’assenza di punti di appoggio adeguati.

Trattandosi di uno dei percorsi più richiesti, trovare disponibilità è letteralmente quasi impossibile. È utile però sapere che esiste un sistema di alloggi gestito privatamente da agenzie autorizzate presso le quali è possibile prenotare trakking guidati. Sicuramente più cari, ma potrebbero essere l’unico modo per dire di aver fatto il Milford Track.

Sito ufficiale Milford Track

Routeburn Track (Great Walk)

La Routeburn Track fa parte delle Great Walks e, come la Milford Track, si trova nella South Island. Si estende per 32 km dal lago Wakatipu alla località Divide e attraversa due parchi nazionali, il Mount Aspiring National Park e il Fiordland National Park. L’altitudine massima si raggiunge a Harris Saddle (1300 m).

L’ambiente in questa zona è spesso molto aperto, consentendo alla vista di spaziare a 360° sulla natura circostante. Il percorso è punteggiato da laghi e cascate e in alcuni punti è possibile arrivare con lo sguardo fino al Tasman Sea.

Il percorso è attrezzato con quattro bivacchi (con brandine, gas per cucinare, illuminazione e riscaldamento) e un rifugio di emergenza. Il campeggio è consentito nelle zone adibite ed è anch’esso soggetto a prenotazione obbligatoria e numeri contingentati. In generale i tramper scelgono di completare il percorso in 3 giorni e 2 notti. È possibile abbinare a questa Great Walk la Greenstone and Caples Tracks , un percorso circolare di 4 giorni/3 notti, a cui a sua volta si possono abbinare deviazioni. Le opzioni per camminare in Nuova Zelanda non finiscono mai!

Il periodo migliore per percorrere la Routeburn Track è, come per la Milford Track, da fine ottobre ad aprile. In inverno il percorso è aperto ma l’accesso è sconsigliato per le difficili condizioni del terreno e le condizioni dei bivacchi. In generale il clima è sempre molto variabile e quindi è opportuno attrezzarsi con abbigliamento adeguato per poter gestire repentini cambi di temperatura, soprattutto la notte.

Un ostacolo da tenere in considerazione nel pianificare la Routeburn Track è il trasporto: le due estremità del percorso distano 5 ore di auto una dall’altra rendendo quindi necessario, soprattutto per i viaggiatori internazionali, coordinarsi con un operatore locale per essere recuperati all’arrivo.

Sito ufficiale The Routeburn Track 

 

Abel Tasman Coastan Track

L’Abel Tasman Coastan Track è una Great Walk situata nella parte settentrionale della South Island. Si sviluppa all’interno dell’Abel Tasman National Park e raggiunge i 60 km di lunghezza da Marahau a Wainui. L’intero percorso si competa in 3-4-5 giorni ma è possibile selezionare sezioni specifiche e affrontarle in giornata. Uno dei tratti piu’ gettonati è quello che comprende il ponte tibetano, sospeso a 47 metri di altezza sul Falls River.

Trattandosi di un percorso lungo costa, la differenza di altitudine è minima e non supera mai i 200 m sul livello del mare. Il percorso è caratterizzato da ampie vedute sulla costa, sulle spiagge e sulla foresta costiera. Sono frequenti gli avvistamenti di leoni marini.

Il percorso è attrezzato con 4 bivacchi e 18 campeggi. Anche in questo caso l’accesso è comunque regolato ed è obbligatoria la prenotazione sia per i bivacchi che per i campeggi. Come il Milford Track, è possibile anche organizzare trekking guidati con alloggio in rifugi alternativi dotati di maggiori confort (alcune volte fin troppo attrezzati!).

A differenza dei percorsi nella parte meridionale della South Island, l’Abel Tasman Track è caratterizzato da un clima temperato e quindi può essere affrontato durante tutto l’anno.

Trattandosi di un percorso sulla costa, è opportuno tenere sotto controllo l’andamento delle maree e programmare alcuni attraversamenti solo in condizioni di sicurezza.

L’Abel Tasman National Park offre anche un secondo percorso, l’Abel Tasman Inland Track , di 41 km che, come dice il nome, si trova nella parte interna del parco. Inoltre il parco offre molte altre attività all’aria aperta, tra cui il kayaking, facilmente abbinabile a questa Great Walk.

Sito ufficiale Abel Tasman Coast Track 

Tongariro Northern Circuit (Great Walk)

Il Tongariro Northern Circuit è una Great Walk della North Island. Si trova all’interno del Tongariro National Park e ha una lunghezza di 50 km complessivi, in 4 giorni e 3 notti. È possibile ridurre il tempo a 3 giorni e 2 notti. Il percorso attraversa una zona di vulcani attivi (Monte Tongariro e Monte Ngauruhoe) dal paesaggio lunare, laghi vulcanici e valli formate dai ghiacciai. Il percorso si sviluppa a un’altitudine compresa tra i 1120 m e i 1886 m. Per questo motivo il clima è sempre molto variabile e bisogna essere attrezzati per bruschi cali di temperatura.

È uno dei trekking in Nuova Zelanda meno frequentateo e quindi è probabile che le disponibilità siano maggiori anche con un preavviso minore. Non per questo il percorso è meno affascinante! Inoltre essendo circolare è più facile da gestire anche per quanto riguarda i trasporti.

Il Tongariro Northern Circuit è attrezzato con tre bivacchi nelle vicinanze dei quali è possibile anche il campeggio. Gli alloggi sono dotati di brandine, materassini, gas per cucinare e riscaldamento. Sia l’alloggio presso i bivacchi che il campeggio sono soggetti a prenotazione obbligatoria e al pagamento della relativa tariffa. Durante il periodo invernale (da maggio a metà ottobre) la prenotazione non è necessaria ma l’accesso alla zona è sconsigliato a causa delle condizioni estreme e del rischio valanghe.

Il tratto più spettacolare del percorso è quello conosciuto con il nome di Tongariro Alpine Crossing, previsto per il secondo giorno di trekking. Si tratta di una sezione caratterizzata da terreno di origine magmatica in un ambiente tipicamente vulcanico, colorato dai cosiddetti Emerald Lakes. 

Sito ufficiale Tongariro Northerm Circuit 

Te Araroa

TE ARAROA TRAIL

Il Te Araroa (lett. Il lungo percorso) è il più lungo trekking in Nuova Zelanda. Lungo 3.000 km attraversa tutto il Paese, da Nord a Sud. Anche se non si può facilmente immaginare di percorrerlo tutto (ci vogliono 4 o 5 mesi, clima permettendo), può essere interessante sceglierne alcune sezioni. Per i dettagli circa il percorso si può fare riferimento al nostro articolo sul Te Araroa Trail .

L’idea del Te Araroa è nato negli anni ’70 ma ha preso forma solamente nel 2011 con l’apertura ufficiale del percorso su iniziativa del Te Araroa Trust. È formato da circa 300 sezioni segnalate adeguatamente. Il sito ufficiale fornisce molti dettagli e aggiornamenti, indispensabile per la programmazione e durante l’avventura.

Le sezioni più interessanti del Te Araroa sono molte. Una è sicuramente la Tongariro Alpine Crossing, di cui abbiamo parlato qui sopra. Il percorso passa anche per Wellington, offrendo quindi anche un’opzione di trekking urbano. Il sito ufficiale propone anche una selezione di sezioni da percorrere in più giorni.

Il periodo migliore per intraprendere il Te Araroa (o parte di esso) va da novembre a Febbraio-Marzo. L’accesso è gratuito ma è necessario ottenere un pass per poter usufruire dei rifugi . Inoltre il sito ufficiale invita alla registrazione del proprio nominativo per ragioni statistiche e per un maggiore coinvolgimento. È possibile inoltre fare una donazione al Te Araroa Trust per contribuire al mantenimento del percorso.

Sito ufficiale del Te Araroa Trail 

 

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Writers APIEDIPERILMONDO - Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.


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Tanzania – Trekking sul Kilimanjaro e ascesa al “Tetto dell’Africa”

Tanzania - Trekking sul Kilimanjaro e ascesa al “Tetto dell’Africa"

Il trekking sul Kilimanjaro è nella lista-di-cose-da-fare di migliaia di appassionati di montagna e di escursionismo. Ecco cosa sapere per poterlo affrontare al meglio.



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Il Kilimanjaro è tante cose insieme: è un vulcano, è il punto più alto dell’Africa (5895 m), è il più alto rilievo isolato (non fa parte di una catena montuosa), è il più alto punto raggiungibile senza attrezzatura tecnica. È ovviamente Patrimonio dell’Umanità e fa parte del gruppo dei Seven Summits (le cime più alte di ciascun continente). Raggiungere la vetta non prevede passaggi pericolosi o tecnici ma l’altitudine e la durata dell’ascesa richiedono un’adeguata preparazione e un buon grado di consapevolezza. Il tutto però è ripagato dal panorama e da un’esperienza umana difficilmente replicabile.

Il Kilimanjaro si trova al confine tra Tanzania e Kenya. È in realtà uno stratovulcano, nel senso che è composto da tre distinti coni vulcanici: Kibo (5895 m), Mawenzi (5149 m) e Shira (4005 m). Mawenzi e Shira sono estinti, Kibo è tecnicamente dormiente (ma l’ultima eruzione è stata tra i 150 mila e i 200 mila anni fa).

Quando la zona venne colonizzata dai tedeschi intorno al 1880, venne rinominato Kilima-Ndscharo e la sua cima Kaiser Wilhelm Peak. Nel 1964 la neonata Tanzania cambiò il toponimo in Uhuru Peak, Freedom Peak.

È stato raggiunto per la prima volta da Hans Meyer e Ludwig Purtscheller nel 1889 e dopo di loro da decine di migliaia di persone. È probabile comunque che alcuni locali lo avessero già fatto prima dei tedeschi ma senza metterlo nero su bianco. È compreso nell’omonimo parco nazionale e l’accesso è regolato da autorizzazioni e sistemi di controllo.

Come raggiungere la cima del Kilimanjaro

Ci sono teoricamente sette vie per raggiungere Uhuru Peak e prendono tutte il nome del villaggio alla base di ogni percorso. Sono però tre quelle più consigliate:

– la Marangu: l’unica provvista di bivacchi ma essendo molto ripida non permette un adeguato acclimatamento e quindi causa molte defezioni; inoltre il percorso di andata e ritorno è lo stesso;

– la Machame: la più frequentata perché si può completare in 7 giorni e consente un adeguato (ma non ottimale) acclimatamento; incontra la Lemosho il terzo giorno;

– la Lemosho è la più completa perché si può completare in 8 giorni e inoltre attraversa la foresta tropicale alla base del Kili.

Machame e Lemosho possono essere completate anche rispettivamente in 6 e 7 giorni, ma in questo caso bisogna considerare minore acclimatamento e giornate più lunghe.

Le altre quattro vie sono sconsigliate: la Mweka è molto ripida, poco panoramica ed è usata prevalentemente per la discesa lungo la Lemosho Route; la Rongai è l’unica via che affronta il versante settentrionale ed è paesaggisticamente poco interessante; la Shira è una copia della Lemosho (con cui converge il terzo giorno) e non presenta particolari vantaggi; la Umbwe è molto dura perché’ ripida e attacca la vetta da un versante particolarmente difficile, pertanto sconsigliata.


Shira è una copia della Lemosho (con cui converge il terzo giorno) e non presenta particolari vantaggi; la Umbwe è molto dura perché’ ripida e attacca la vetta da un versante particolarmente difficile, pertanto sconsigliata.

Merita un appunto il cosiddetto Western Breach: si tratta di un percorso molto impegnativo che raggiunge in poco tempo Lava Tower (4600m) e prende poi una “scorciatoia” per Uhuru Peak che prevede punti molto ripidi e fragili. La Western Breach era addirittura stata chiusa per alcuni anni a causa di incidenti ma è stata poi riaperta nel 2007. L’attacco alla cima avviene completamente di notte per approfittare delle basse temperature che rendono più stabile il ghiaccio, ma nonostante questo i rischi sono molto alti e la maggior parte delle agenzie non organizza trekking lungo questa via. Meglio guardare altrove.

Tutte le vie presentano delle varianti che, ad esempio, consentono un maggiore acclimatamento (raggiungere punti più alti durante il giorno per poi dormire più in basso). È questo il caso di Shira Cathedral o di Lava Tower. Esiste poi un’aggiunta alcune volte proposta: Crater Camp. Si tratta di un campo ad altissima quota (5750m) in cui fermarsi dopo aver raggiunto Uhuru Peak. È altamente sconsigliato per questioni di sicurezza: permanere a tali altitudini per un tempo continuato è pericoloso e può dare avvio a gravi sintomi di mal di montagna, a volte letali. I soccorsi, che per gli altri campi sono ben gestiti, nel caso del Crater Camp sono inesistenti. Inoltre scegliere di fermarsi a Crater Camp obbliga i portantini a uno sforzo eccessivo dovendo trasportare e allestire un campo così in alto.

Come organizzarsi per un trekking sul Kilimanjaro

Il Kilimanjaro ha un suo proprio aeroporto (JRO) servito da alcune compagnie internazionali e molte regionali. L’ideale è arrivare in zona il giorno prima della partenza e prevedere una notte anche al ritorno, in modo da potersi rimettere in sesto prima della tappa successiva. Le agenzie normalmente offrono pacchetti che comprendono i transfer da e per l’aeroporto e le notti in hotel.

L’organizzazione del trekking sul Kilimanjaro fornita dalla maggior parte delle agenzie è ottima. Ogni gruppo è accompagnato da un numero variabile di guide, cuochi e portantini (per 2, ad esempio, la squadra di accompagnamento può essere di 12-14 persone). I gruppi possono essere anche molto grandi ma l’ideale è rimanere entro i 6 partecipanti. È possibile aggregarsi a un gruppo eterogeneo esistente oppure organizzare un viaggio individuale. Viene normalmente fornita l’attrezzatura da campeggio (tenda per dormire, tenda per mangiare con tavolo e sedie, tenda per cucinare, tende per il personale al seguito, tutto ciò che serve per cucinare e mangiare) ed è possibile attrezzarsi con un WC chimico privato. È altamente consigliato optare per questo lusso, in quanto i bagni pubblici nei campi sono in pessime condizioni. Il personale al seguito si occupa dell’attrezzatura e di fornire i comfort di base: acqua trattata da bere e acqua calda per sciacquarsi. I pasti sono sempre caldi e cucinati sul posto. Le giornate iniziano normalmente verso le 6 per poter approfittare del bel tempo mattutino. I pomeriggi, essendo più instabili e a volte piovosi, è meglio passarli nel campo successivo. La sera normalmente il tempo si schiarisce nuovamente permettendo bellissime vedute su Kibo. La cena è normalmente verso le 18-18:30 (il sole cala intorno alle 18) e alle 20 tutti sono in tenda.

I rapporti umani sono molto forti, complice la quasi assenza di segnale telefonico. Nei campi si incontrano spesso le stesse persone delle notti precedenti e anche con il personale al seguito si instaura un bel rapporto di solidarietà. Durante gran parte delle giornate, camminando, si vedranno sfrecciare a una velocità da centometristi decine portantini con il loro carico sulla testa e sulle spalle, tutti impegnati nel farci trovare il campo pronto al nostro arrivo.

 

Sicurezza

La montagna è relativamente sicura. Le tappe di questo trekking sul Kilimanjaro sono moderatamente impegnative e richiedono una forma fisica buona ma non impossibile da ottenere. Le temperature sono piacevoli durante il giorno e non eccessivamente fredde durante la notte (è indispensabile però un sacco a pelo e abbigliamento tecnico adeguati). L’importante è scegliere attentamente il periodo dell’anno: i mesi migliori sono dicembre-febbraio (estate) e luglio-ottobre (inverno). Nell’inverno australe è frequente trovare neve dai 4500 m in su. Il sistema di soccorso è gestito con elicotteri e 4×4 (ci sono piste fino a metà percorso). È ovviamente indispensabile dotarsi di un’assicurazione adeguata che copra anche trekking non tecnici fino a 6000 m.

I problemi più frequenti sono quelli collegati all’altitudine. Passare dalle ossigenate cittadine europee a campi d’alta quota può rappresentare un problema anche per i più allenati. Il mal di montagna si presenta gradualmente, quindi è bene comportarsi adeguatamente per poter limitare i sintomi più lievi (mal di testa, nausea, inappetenza) e scongiurare quelli più gravi (problemi respiratori e cardiovascolari seri). La regola d’oro è Pole Pole (piano piano): camminando lentamente si dà tempo al corpo di adeguarsi al cambio di altitudine e si evita di andare in affanno. È inoltre importante bere moltissimo, almeno 3 litri di acqua durante la camminata e circa 1 litro durante il resto del giorno. 

Alcune giornate, ad esempio quella di Lava Tower, sono più importanti di altre per l’acclimatamento; inoltre la Machame e la Lemosho Route prevedono tre campi a 4000 m che sicuramente preparano bene alle altitudini successive. È importante mantenersi in forze mangiando adeguatamente e dormendo bene (un materassino gonfiabile da campo sarà di grande aiuto). 

Ogni sera la guida controlla il polso e l’ossigenazione del sangue e compila una scheda segnando eventuali sintomi lievi, da non tenere mai nascosti. Alcuni scelgono di seguire una profilassi con un medicinale chiamato Diamox (non disponibile in Tanzania) che dovrebbe alleviare i sintomi più lievi ma ha conseguenze (diarrea) che forse è meglio valutare. In ogni momento la soluzione più efficace per sintomi che sembrano aggravarsi è una sola: scendere. Partire in buona salute e con una buona forma fisica è comunque il primo passo per non avere problemi in quota.

L’ascesa al Kilimanjaro - la Via Lemosho

Giorno 1 | da Lemosho Gate (2253 m) a Big Tree Camp (2786 m)

Distanza: 5.9 km | Durata: 2h | Ascesa: 602 m | Discesa: 69 m

Dopo un tratto in auto per Londorossi Gate, si procede alla registrazione e si incontra la squadra che nel frattempo pesa il materiale. Il controllo del peso sulle spalle dei portantini sembra ben fatto, anche nei campi ci sono pese che dovrebbero garantire il rispetto dei 20 kg massimi. Inoltre il ripetuto controllo del peso impone che la spazzatura venga quasi tutta (compresi gli scarti alimentari) riportata indietro, essendo consentita solo una minima differenza tra i kg in entrata in ciascun campo e quelli in uscita.

Dopo la burocrazia, si parte in fuoristrada per Lemosho Glades, vero punto di partenza. Questa tappa è tutta nella foresta equatoriale, con la possibilità di scorgere scimmie colobus e scimmie blu. La temperatura è normalmente piacevole, intorno ai 20 gradi. Siamo finalmente pronti per affrontare questo trekking sul Kilimanjaro.

Giorno 2 | da Big Tree Camp (2786 m) a Shira I Camp (3537 m)

Distanza: 7.7 km | Durata: 5h | Ascesa: 903 m | Discesa: 194 m

Dopo un primo tratto nella foresta, ci si avvia verso lo Shira Plateau, un enorme altopiano a 3500 m di altitudine che offre le migliori vedute su Kibo. Si inizia a salire.

Giorno 3 | da Shira I Camp (3537 m) a Shira II Camp (3890 m) via Shira Cathedral (3872 m)

Distanza: 9.8 km | Durata: 4h40′ | Ascesa: 499 m | Discesa: 114 m

Questa è la prima giornata più impegnativa. Il percorso prevede una deviazione, facoltativa, alla Shira Cathedral (3872 m) un punto panoramico posto al limite dello Shira Plateau, per il quale la strada si fa leggermente più impegnativa. È un buon esercizio e un modo per approfittare al massimo dei panorami. Camminando attraverso la Shira Plateau si possono avvistare antilopi.

Giorno 4 | da Shira II Camp (3890 m) a Barranco Camp (3940 m) via Lava Tower (4632 m)

Distanza: 9.7 km | Durata: 7h | Ascesa: 788 m | Discesa: 712 m

Giornata decisamente impegnativa perché’ il primo obiettivo è Lava Tower, una formazione di roccia lavica a 4600 m di altitudine. Essendo l’ideale per migliorare l’acclimatamento, la squadra al seguito si organizza di solito in modo da permettere una permanenza di almeno un’ora in quota. La strada per raggiungere Lava Tower è poco ripida ma l’altitudine si fa sentire verso la cima.

La via da Lava Tower a Barranco Camp permette di vedere moltissimi esemplari di Dendrosenecio kilimanjari (o senecio gigante) e di Lobelia deckenii. Entrambi vengono impollinati da un simpatico uccellino tipico di questa zona, la nettarina di Johnston.

Il Barranco Camp (3940 m) è spesso avvolto nella nebbia ma la situazione migliora spesso verso sera. La presenza più massiccia è quella del Barranco Wall, la prima sfida del Giorno 5.

Giorno 5 | da Barranco Camp (3940 m) a Karanga Camp (4042 m) via Barranco Wall (4215 m)

Distanza: 4.7 km | Durata: 3h30′ | Ascesa: 492 m | Discesa: 418 m

Giornata impegnativa perché inizia con il Barranco Wall (4215 m), una formazione rocciosa all’apparenza verticale. In realtà, con qualche passaggio di mano è possibile risalirla piuttosto facilmente per poi scendere verso il Karanga Camp.

Dalla cima del Barranco Wall è possibile vedere chiaramente il Monte Meru, un altro stratovulcano di 4562 m posizionato 70 km a ovest del Kili. È la seconda cima più alta della Tanzania ed è possibile raggiungerla con 2-3 giorni di trekking (Momella Route). Alcuni utilizzano il Monte Meru come acclimatamento per il Kilimanjaro. Si trova nell’Arusha National Park.

Giorno 6 | da Karanga Camp (4042 m) a Barafu Camp (4629 m)

Distanza: 3.8 km | Durata: 4h | Ascesa: 649 m | Discesa: 63 m

Camminata breve per raggiungere il campo base in tempo per un pranzo anticipato. Il paesaggio è ormai solamente deserto alpino. Il pomeriggio è normalmente di riposo e preparazione per la notte di ascesa, anche perché a 4600 m l’altitudine inizia a farsi sentire sul serio.

Giorno 7 | da Barafu Camp (4629 m) a Uhuru Peak (5895 m)

Distanza: 4.6 km | Durata: 6h20′ | Ascesa: 1267 m | Discesa: 15 m | Grado: 27%

Sveglia alle 23 e partenza alle 24. L’obiettivo è arrivare in cima per l’alba. La squadra di accompagnamento resta al campo mentre partono le guide al seguito, pronte a dare gli incitamenti necessari per poter completare con successo l’impresa. La giornata è decisamente la più impegnativa dell’intero trekking sul Kilimanjaro.

Il primo tratto è roccioso poi inizia un ghiaione da coprire tutto a zig-zag, mentre l’altitudine aumenta. È una lunga fila indiana illuminata dalle stelle e dalle torce frontali. Si va pianissimo, l’obiettivo è ancora lontano e bisogna risparmiare il fiato, più si sale più l’ossigeno diventa rarefatto anche per i più acclimatati. Normalmente questo è il tratto più freddo, soprattutto per effetto del vento e quindi è indispensabile vestirsi a strati con materiali tecnici.

L’arrivo a Stella Point (5685 m) dà una benefica scossa di adrenalina anche ai più spossati. Si inizia a percorrere il margine del cratere per arrivare a Uhuru. Questo tratto di percorso, con il cratere a destra e il ghiacciaio a sinistra, è meno ripido ma l’ossigeno è ormai al 50% e bisogna risparmiare il fiato. Ci vogliono anche 45 minuti per coprire il chilometro che manca.

Finalmente si arriva a Uhuru Peak (5895 m), segnato da un cartello come gli altri ma questo ha un valore diverso, è il punto più alto dell’Africa e l’obiettivo di tanti sforzi.

.. da Uhuru Peak (5895 m) a Barafu Camp (4629 m)

Distanza: 4.7 km | Durata: 2h15′ | Ascesa: 18 m | Discesa: 1268 m | Grado: -27%

La discesa è decisamente più agevole. Si prende velocità sul ghiaione vulcanico e a mano a mano che si scende ci si deve togliere strati di vestiti. Il sole è caldo già alle 7 del mattino e il percorso è completamente esposto. All’arrivo a Barafu Camp è pronto il cibo per mettersi in forze per l’ultima discesa della giornata, verso Mweka Camp, 1500m verticali più in basso.

.. da Barafu Camp (4629 m) a Mweka Camp (3077 m)

Distanza: 6.9 km | Durata: 4h | Ascesa: 15 m | Discesa: 1557 m | Grado: -22%

La discesa è impegnativa perché rocciosa e molto ripida. Poco prima di Millenium Camp, un campo intermedio, ricomincia la foresta equatoriale dei primi giorni. Dopo un altro paio di ore si arriva a Mweka Camp, l’ultimo. La squadra al seguito saluta con canti e balli e vengono consegnati gli attestati, prova inconfutabile dell’impresa.

Giorno 8 | da Mweka Camp (3077 m) a Mweka Gate (1631 m)

Distanza: 8.6 km | Durata: 2h | Ascesa: 9 m | Discesa: 1456 m | Grado: -17%

Due ore di cammino per arrivare alla Mweka Gate, che segna l’uscita dal Parco Nazionale del Kilimanjaro e la fine ufficiale dell’avventura. La discesa è più agevole di quella del giorno prima. I portantini sfrecciano, il loro lavoro è praticamente finito. Il percorso è molto ombreggiato. Nei cespugli più bassi si nasconde una specie di Impatiens che nasce solo da queste parti, l’Impatiens kilimanjarii, chiamato anche proboscide di elefante. Un’ultima firma al registro presenze ed è veramente la fine dell’avventura.

Cosa portare per il trekking sul Kilimanjaro

Di norma, bisogna attrezzarsi con uno zaino da giorno, da circa 30 litri, e con una sacca impermeabile da 60 litri o più da consegnare ai portantini. La sacca non può superare i 18 kg a testa e deve essere morbida, in modo da poter essere trasportata agevolmente anche sulla testa. Ad ogni nuovo campo la vostra sacca sarà ad aspettarvi nella vostra tenda.

Tra le cose da portare assolutamente ci sono:

  • -Abbigliamento da trekking (2 paia di pantaloni, 3-4 magliette tecniche);
  • Scarponi da montagna
  • -Giacca a vento da trekking
  • Accessori per l’acqua (poncho, ghette, coprizaino)
  • -Biancheria termica (maglia termica, calzamaglia termica)
  • -Calze da trekking invernali e estivi
  • -Guanti e cappelli per il freddo
  • -Cappello da sole e occhiali da sole
  • -Crema solare
  • -Bastoncini di trekking
  • -Borracce e sacchi per l’acqua per un totale di almeno 3 litri di capacità
  • -Powerbank
  • -Luce da tenda
  • -Materassino (possibilmente gonfiabili perché il fondo dei campi è molto irregolare)
  • -Sacco a pelo (che arrivino a temperature di -15 in modalità estrema)
  • -Fazzoletti igienizzanti e carta igienica
  • -Snack
  • -Medicine (sicuramente paracetamolo, antidiarrea, aspirina, cerotti, cerotti per calli, disinfettante)
  • -Macchina fotografica

Ovviamente ognuno deve attrezzarsi con quegli oggetti ritenuti indispensabili o comunque necessari per rendere l’esperienza più gradevole. Ad esempio un paio di scarpe da passeggiata possono rivelarsi utili sia una volta arrivati a destinazione il pomeriggio sia in caso di forti piogge che bagnino gli scarponi. Anche un mazzo di carte si può rivelare molto utile.

Qualche informazione sulla Tanzania

La Tanzania è un paese di meno di 60 milioni di abitanti in un’area tre volte quella italiana (ma il 38% è riservato alla conservazione naturale). Si trova nell’Africa orientale nella zona dei grandi laghi (Vittoria, Albert, Edward, Tanganyika, Kivu, Malawi, Turkana). Confina con Uganda, Kenya, Mozambico, Malawi, Zambia, Rwanda, Burundi e la Repubblica democratica del Congo.

La lingua ufficiale è lo Swahili anche se l’inglese è molto utilizzato soprattutto nell’educazione (solo le scuole elementari sono in Swahili) e nel commercio. Il 90% dei tanzaniani comunque parla Swahili solo come seconda lingua e ha come lingua madre un dialetto tribale (ce ne sono più di cento nella sola Tanzania). Lo Swahili è una sorta di lingua franca molto diffusa nella zona dei grandi laghi. Si scrive usando le lettere latine anche se si tratta di una trasposizione fonetica recente, essendo in origine scritta utilizzando l’alfabeto arabo (ormai dimenticato). Le due religioni principali, ed equamente rappresentate, sono l’Islam e il Cristianesimo, ma non sono frequenti gli scontri per motivi religiosi.

Il nome con cui il paese è conosciuto oggi è in realtà un nome composto dai toponimi Tanganyika (la Tanzania continentale) e Zanzibar (l’arcipelago più importante). Le due regioni hanno una storia diversa e solo nel 1964 sono state unite in un unico stato. Zanzibar fu per secoli araba (ancora oggi la maggioranza della popolazione è musulmana), mentre il Tanganyika fu colonizzato dai tedeschi intorno al 1880 per passare nel 1919 agli inglesi dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale. Nel 1954, l’insegnante Julius Nyerere, poi leader del movimento dei paesi non allineati, entrò in politica con la Tanganyika African National Union (TANU) e rivendicò la sovranità nazionale, ottenuta finalmente nel 1961. Nel 1962 fu trasformata in una repubblica democratica. Nel 1963 la Rivoluzione di Zanzibar scacciò il dominio arabo e rese l’isola indipendente, per poi convergere con il Tanganyika l’anno successivo.

Nyerere si impegnò alla costruzione di un’identità nazionale che superasse le differenze tribali. Adottò la Dichiarazione di Arusha (1967) con cui si impegnò al socialismo e al pan-africanismo. Molte banche e imprese furono nazionalizzate. Ancora oggi il paese è di fatto governato da un unico partito (CCM), anche se il multipartitismo è garantito per costituzione. Grazie a molte di queste politiche, la Tanzania ha beneficiato nei decenni di una maggiore stabilità rispetto agli altri paesi africani.

L’economia tanzaniana è per un terzo agricola e per un quinto industriale (sfruttamento delle risorse naturali in primis). Il 15% del PIL è prodotto dal turismo, un motivo in più per sceglierla come destinazione di viaggio.

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Writers APIEDIPERILMONDO - Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.


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Ascesa al Monte Kinabalu nel Borneo malese

Ascesa al Monte Kinabalu nel Borneo malese

L’ascesa al Monte Kinabalu è un’esperienza inimitabile che permette di raggiungere, a piedi e senza attrezzature, la cima del monte più alto della Malesia a 4095 mslm. Tanta natura e panorami mozzafiato degni delle Avventure con la A maiuscola!



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Il Monte Kinabalu (Gunung Kinabalu) con i suoi 4095 m è la montagna più alta della Malesia. Si trova nella regione del Sabah che, insieme alla regione del Sarawak, costituiscono il Borneo malese. Il Borneo è di per sé una garanzia: natura, spiagge, fiumi, foreste pluviali e tanti animali in uno degli ecosistemi più ricchi (e più minacciati) al mondo.

Fare l’ascesa al monte Kinabalu vuol dire essere disposti a intraprendere una salita continua, ma mai troppo ripida. Lo sforzo verrà ripagato da un’alba dai colori equatoriali, con la vista che si potrà estendere fino alle Filippine nei giorni più limpidi.

L’esperienza è ben organizzata e si integra molto bene in un viaggio di più lunga durata perché la località è facilmente raggiungibile (poco più di 2 ore dalla città di Kota Kinabalu, principale punto di snodo del Sabah) e perché il trekking si completa in un giorno e mezzo, con la possibilità di spostarsi verso la nuova destinazione già nel pomeriggio del secondo giorno.

Un pò di notizie utile sul Monte Kinabalu, in Malesia

Il Monte Kinabalu fu scalato per la prima volta da Hugh Low nel 1851 (ma senza arrivare in cima); finalmente nel 1888 la vetta più alta fu raggiunta e intitolata a Low (Low’s Peak). Il Mount Kinabalu National Park è stato istituito nel 1964 ed è Patrimonio dell’Umanità dal 2000.

Le pendici del monte sono caratterizzate da un clima tropicale di montagna (a 1500 mslm si registra una media di 2700 ml di pioggia all’anno) e costituiscono uno degli ecosistemi più importanti del mondo, con 6000 tipi di piante, 326 specie di uccelli e più di 100 mammiferi a oggi scoperti. E’ il clima ideale per la rafflesia, il fiore più grande del mondo (fino a oltre 90 cm di diametro). I fiori più comuni sono invece le orchidee. Molte specie sono endemiche: delle 600 specie di felci, almeno 50 vivono esclusivamente lì. Un’altra pianta tipica della zona è la carnivora la Nepenthes Rajah, che uccide le sue prede annegandole in borse di liquido enzimatico.

La fauna è composta da scoiattoli di montagna, buceri, serpenti, rane, ma anche grandi scimmie come l’orangutan (pochissimi esemplari sono però presenti nella zona del Kinabalu). Tra gli invertebrati, merita una citazione la sanguisuga rossa gigante del Kinabalu.

La cima del Kinabalu è di fatto un grande blocco di granito. Si tratta di una montagna piuttosto giovane (10 milioni di anni) e cresce ancora di circa 5mm all’anno…!

L’ascesa al Monte Kinabalu si può intraprendere senza bisogno di attrezzature poiché non presenta particolari difficoltà, ad eccezione dell’importante dislivello da coprire. E’ attrezzato con 2 rifugi nella località Laban Rata, a 3266 mslm. 

Solo 135 permessi sono emessi ogni giorno e bisogna obbligatoriamente essere accompagnati da una guida autorizzata. Il percorso fino a Laban Rata è ben attrezzato con 7 punti di sosta dotati di WC e raccolta spazzatura. Acqua potabile non filtrata è disponibile in quasi tutti i ripari. Il percorso da Laban Rata per la vetta è meno attrezzato ma comunque ben gestito. In alcuni punti è disponibile una corda per aiutarsi a salire, e poi a scendere, la lastra di granito comunque non scivolosa o eccessivamente ripida. In alternativa, si può optare per due vie ferrate accessibili di ritorno dalla vetta.

GIORNO 1

Timpohon Gate (1839 mslm) – Laban Rata (3266 mlsm)

Distanza: 6.7 km

Inclinazione media: 21%

Ascesa: 1429 m

Discesa: 29 m (le scale all’ingresso e poco più)

Il primo giorno di ascesa al Monte Kinabalu normalmente inizia alle 9 di mattina. Si inforca il percorso in continua salita verso Laban Rata, intervallato dai 7 punti di riparo. Lungo il percorso sono state installate anche piattaforme per l’elisoccorso per le situazioni di emergenza. L’ascesa è continua ma non eccessivamente dura. Il tutto è compensato da un percorso non eccessivamente lungo che permette di arrivare a Laban Rata verso le 3 di pomeriggio.

Laban Rata è una località composta esclusivamente da due rifugi e da alcune strutture di appoggio. Il rifugio principale, dove vengono alloggiati tutti i camminatori che non optano per la via ferrata del giorno dopo (scelta comunque da fare al momento della prenotazione), è molto accogliente e ben gestito. La sala, che funge anche da sala da pranzo, è attrezzata con tavoli e una bellissima vetrata con balcone sul panorama sottostante. Il ristorante serve la cena (buffet) verso le 6 di sera ma durante il resto del tempo è possibile ordinare snack e bibite al bar. Le camere, al secondo piano, sono per la maggior parte da 4 o 6 letti, con bagni in comune. L’acqua calda è molto rara perché è riscaldata con i pannelli solari e il sole è poco presente. Nonostante l’altitudine, le temperature sono normalmente molto gradevoli, almeno all’interno. I letti sono completi di lenzuola e asciugamani, quindi non è necessario portare sacchi a pelo.

Alle 8 di sera le luci si spengono, è tempo di riposare in vista dello sforzo del giorno dopo.

GIORNO 2

Laban Rata (3266 mslm) – Low’s Peak (4095 mslm) – Laban Rata (3266 mslm)

Distanza: 2 km solo andata

Inclinazione media: 27%

Ascesa: 805 m

Discesa 11 m

La sveglia per l’ultimo tratto di ascesa al Monte Kinabalu è prevista alle 1:30 di mattina. Rapida colazione e alle 2 si parte per il Low’s Peak. Le guide sono ben organizzate e le partenze sono scaglionate, dando di solito la precedenza a chi il giorno prima ha mostrato meno difficoltà nell’ascesa.

Per questo tratto di ascesa, di soli 2 km, è indispensabile dotarsi di luci frontali per poter camminare agevolmente. Bacchette da trekking sono inoltre consigliate. Il percorso è battuto ma è presente un solo punto di appoggio, alla base della cima, dove la vostra guida registrerà il passaggio. L’ultimo tratto è praticamente una lastra di granito che comunque permette una buona presa con gli scarponi e non rappresenta un pericolo, almeno in condizioni climatiche normali. Per indicare la strada, è stesa sul terreno una corda bianca da seguire fino in cima.

La cima è piuttosto ampia, e quindi permette a tutti di poter ammirare l’alba senza troppi problemi. Le temperature qui possono essere più basse, ma raramente si scende sotto i 5 gradi.

Una volta apprezzati adeguatamente i colori dell’alba, inizia la discesa, con le temperature che iniziano rapidamente a salire (vestirsi a strati!). Una volta arrivati a Laban Rata vi verrà offerta una sostanziosa colazione in vista della discesa verso Timpohon Gate, il punto di partenza del giorno prima.

Chi dovesse optare per la via ferrata, l’esperienza inizia dopo l’alba e prevede di raggiungere Laban Rata per un’altra via, appunto, ferrata. I posti sono limitati a 35 partecipanti.

Laban Rata (3266 mlsm) – Timpohon Gate (1839 mslm)

Distanza: 6.7 km

Ascesa: 29 m

Discesa: 1429 m

Una volta arrivati a Laban Rata e rifocillatisi, inizia la discesa. Mai sottovalutare una scala che scende: affidatevi a resistenti bacchette e tenete il vostro ritmo, le ginocchia vi ringrazieranno.

Il rientro a Timpohon Gate è di solito per l’ora di pranzo. Vi verrà quindi dato un certificato a dimostrazione del risultato raggiunto e verrete indirizzati verso la vostra prossima meta.

Come organizzarsi per l’ascesa al Monte Kinabalu

L’unico modo per prenotare l’ascesa al Monte Kinabalu è via agenzia. Ci sono 2-3 agenzie che hanno di fanno il monopolio dei posti disponibili (che ricordiamo sono solo 135 al giorno). I pacchetti proposti comprendono di solito il pernottamento il giorno prima della partenza, l’ascesa con la guida (gruppi privati, nel senso che la guida accompagnerà solo voi), il pranzo al sacco per il primo giorno di ascesa, il pernottamento a Laban Rata con cena e colazione inclusi, il pranzo del secondo giorno presso le strutture del parco (di solito un pranzo buffet). Il pacchetto comprende anche l’attestato di partecipazione e una copertura assicurativa essenziale.

Trattandosi di un numero di posti molto limitato, è opportuno prenotare con ampio anticipo, anche di mesi. Le agenzie hanno di solito un calendario online con le disponibilità giornaliere, ma vale la pena verificare caso per caso.

Ai pacchetti base è poi possibile aggiungere altre attività prima e dopo l’ascesa (v. Cos’altro fare) e i trasferimenti da/per Kota Kinabalu o altre località del Borneo.

La guida sarà più che altro un controllore: verificherà che non siate troppo in affanno e che il passo sia adeguato per non arrivare in cima sfiniti, complice anche l’altitudine. Sarà inoltre la guida a informarvi delle condizioni atmosferiche e, nel caso, a non farvi salire in caso di eccessivo maltempo: esistono infatti pochi giorni all’anno in cui la cima è chiusa per maltempo. In ancora più rare occasioni, l’intero percorso può essere off limits per ragioni di sicurezza. In questi casi normalmente le agenzie organizzano attività alternative, in ogni caso verificate la loro politica in caso di maltempo prima di confermare il viaggio.

Cosa portare per l’ascesa al Monte Kinabalu

Trattandosi di un’esperienza di poco più di 24 ore, uno zaino da 30 litri può essere sufficiente.

L’ideale è vestirsi a strati: pantaloni rigorosamente lunghi (anche se le sanguisughe non sono un grande problema perché non vivono di solito a quote così elevate), buone scarpe da trekking comode, con una buona presa e impermeabili, maglietta tecnica, felpa in tessuto tecnico e giacca a vento impermeabile. In condizioni atmosferiche normali, le temperature non vanno sotto i 15 gradi per tutto il primo giorno, mentre la mattina successiva il vento può abbassarle fino a 4-5 gradi. E’ bene comunque essere preparati a condizioni meno ottimali portando con sé anche attrezzatura per la pioggia.

Le bacchette da trekking possono essere utili per ridurre lo sforzo sulle ginocchia. La luce frontale è molto importante per il secondo giorno.

Il rifugio di Laban Rata è attrezzato con lenzuola, coperte e asciugamani, non è  quindi necessario portare sacchi a pelo.

E’ d’obbligo una macchina fotografica per poter immortalare l’alba da 4095 m!

Quando andare

Il periodo migliore per raggiungere la cima del Kinabalu va da Febbraio ad Aprile: in questi mesi il rischio di pioggia è minimo.

Il periodo peggiore va invece da Ottobre a Gennaio, quando il monsone nord-orientale porta solitamente abbondanti piogge. In questi mesi è probabile che la cima sia periodicamente chiusa per maltempo.

Negli altri mesi il tempo è accettabile, con un relativo rischio di pioggia, che però non costituisce di solito un ostacolo all’esperienza.


Cos’altro fare

Il Borneo è la terza isola maggiore al mondo e la più grande dell’Asia. Il grado di biodiversità del Borneo è uno dei più alti al mondo e si stima che la foresta pluviale abbia circa 140 milioni di anni, una delle più antiche (rischi di conservazione a parte…). Il Borneo ospita migliaia di specie di animali e piante, alcune non ancora scoperte.

Il Borneo è politicamente diviso tra tre stati: il Borneo malese, il Borneo indonesiano e il Brunei.

Il Borneo malese è una zona molto ricca di attività che possono facilmente riempirvi un’intera vacanza. Si va nel Borneo per la natura, per lo sport e per i paesaggi, mentre le città sono solamente dei punti di passaggio.

Si può comodamente abbinare l’ascesa al Monte Kinabalu con una vacanza in Malesia continentale, grazie ai frequenti collegamenti con l’aeroporto di Kota Kinabalu, a circa 2 ore e mezza di auto dal Kinabalu National Park. Per qualche idea per una vacanza di Malesia continentale, date un’occhiata al nostro vecchio post Taman Negara National Park.

Il Borneo malese è composto da due regioni, il Sabah, in cui si trova il Monte Kinabalu, e il Sarawak. Una delle attività più apprezzate nel Sabah è visitare i centri per la tutela di molti animali purtroppo in pericolo. Sepilok è famoso per il suo centro specializzato negli orang-utan. A poche ore di distanza, è inoltre possibile addentrarsi nella foresta e vedere gli oranghi nel loro ambiente naturale, insieme a scimmie nasute, coccodrilli e tanti altri animali esotici. Le zone a interesse naturalistico sono attrezzate con alberghi spesso accessibili solo via fiume che vi faranno vivere un’avventura da veri esploratori! E’ questo il caso della zona del fiume Kinabatangan, della Danum Valley e del Maliau Basin.

Gli amanti del mare possono invece spingersi fino al Tip of Borneo, a nord, o all’Arcipelago di Semporna, a est.

Gli spostamenti si fanno normalmente via aereo: i biglietti aerei sono economici e i voli molto frequenti. Per i tragitti più brevi invece potete ingaggiare un’auto con autista o, se pensate di muovervi in autonomia in un’area non troppo vasta, potete valutare di guidare voi stessi un’auto a noleggio (previo ottenimento in Italia della patente di guida internazionale). Nonostante i locali parlino malese tra loro, l’inglese è molto diffuso e le indicazioni sono normalmente in entrambe le lingue.

La questione della conservazione e il ruolo del turismo

Semplicisticamente parlando, tutto il Borneo è in pericolo di conservazione a causa della deforestazione. Per decenni intere aree di foresta sono state gradualmente estirpate e sostituite con piantagioni. Le piantagioni hanno portato un relativo benessere economico ma spesso è mancata la pianificazione e la sostenibilità ambientale necessari per una convivenza adeguata tra uomo e Natura. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Questioni politiche a parte, il turismo può contribuire a una maggiore sensibilizzazione dei governanti e della popolazione civile che porti a una tutela delle aree naturali. In pratica, se le aree naturali rendono (grazie al turismo), c’è meno interesse a sostituirle con piantagioni di palma (che ha bisogno di ampissime zone per generare un vero rendimento). Inoltre lo sviluppo del turismo sostenibile permette la creazione di figure professionali locali qualificate e che escono quindi dal sistema delle piantagioni.

Ancora una volta, quindi scegliere un certo paese, e un certo tipo di turismo, può avere un impatto significativo. In cambio porterete a casa ricordi indelebili e fotografie da fare invidia!

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Writers APIEDIPERILMONDO - Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.


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Pellegrinaggio sull’Adam’s Peak, in Sri Lanka​

Pellegrinaggio sull’Adam’s Peak, in Sri Lanka

Un pellegrinaggio sul monte più sacro dello Sri Lanka, l’isola splendente, per scoprire la spiritualità locale e uscire dalle rotte del turismo di massa: l’Adam’s Peak, l’impronta di piede sacro e i suoi 5500 gradini per raggiungerla.

Lo Sri Lanka è un’isola dalle mille opportunità. Ci sono le spiagge tropicali per gli appassionati di mare e per chi è alla ricerca della forma di relax più tradizionale, ci sono i parchi naturali per gli amanti degli animali e della natura, ci sono i siti archeologici per scoprire qualcosa in più di questa isola e poi ci sono i templi. L’aspetto religioso in Sri Lanka è sempre stato particolarmente importante e ha influenzato, nel bene e nel male, la storia dell’isola, anche di recente. La spiritualità è un aspetto molto sentito dalla popolazione e spesso si sovrappongono tradizioni culturali e religiose che creano un mix esotico e affascinante.

Oltre ai templi tradizionali, da quelli in città a quelli sperduti nelle campagne, c’è un luogo prezioso per tutte le religioni rappresentate sull’isola: l’Adam’s Peak. Chiamato in singalese Sri Pada, è una cima di 2243 mslm nella zona centrale dell’isola. Non è la cima più alta dell’isola ma è sicuramente la più importante e visitata. 

La caratteristica che la contraddistingue è una roccia che si dice sia l’impronta di piede sacro. I buddisti ritengono che si tratti dell’impronta di Buddha, gli induisti di Shiva, i musulmani e i cristiani di Adamo. Ne parlò addirittura Marco Polo nel suo Milione. L’impronta (che dà il nome alla cima, letteralmente “Piede Sacro” in sanscrito) misura 1,8 m di lunghezza e si trova sulla vetta, coperta da un tessuto bianco. Intorno a sé è stato costruito l’omonimo tempio dove centinaia di pellegrini ogni giorno lasciano un lumino acceso.

Ascesa e pellegrinaggio all’Adam’s Peak

Distanza: 5,7 km

Altitudine iniziale: 1206 m

Altitudine in cima: 2243 m

Dislivello in ascesa: 1037 m

La vetta si può raggiungere seguendo diversi percorsi, ma quello preferito dai pellegrini passa dal villaggio di Nallathanni. L’ascesa consiste di 5500 gradini e il dislivello è di circa 1000 m.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak, particolarmente caro ai buddisti da più di mille anni, si deve compiere tra dicembre e maggio, quando il clima è migliore. Durante il resto dell’anno la zona non è servita e le piogge non permettono una salita agevole. Il miglior giorno del mese è quello di luna piena (chiamato poya nel calendario lunare buddista, giorno di festa) o durante il capodanno singalese (a metà aprile): in queste occasioni arrivare in cima può essere quasi impossibile per la folla.

L’ascesa si fa durante tutta la giornata ma soprattutto di notte: l’obiettivo in questo caso è arrivare in cima per l’alba. Si sale di solito in 2-3 ore con partenza verso le 2 di notte a seconda della stagione. E’ consigliabile arrivare in cima almeno un’ora prima dell’alba per poter trovare posto sulla piccola scalinata esposta a oriente e ammirare così l’alba. 

Lo spazio in cima è relativamente poco rispetto ai pellegrini e quindi non è raro che gli ultimi ad arrivare non riescano a guadagnare la cima in tempo. Il tempio non è il posto migliore per ammirare l’alba (il muro perimetrale blocca parzialmente la vista). La discesa si completa in 1.5-2 ore. Normalmente si è di ritorno per le 8 di mattina.

La scalinata verso l’Adam’s Peak è punteggiata da piccoli negozi che vendono letteralmente di tutto, dai vestiti più pesanti (i locali sottovalutano spesso la temperatura in cima), ai giocattoli per bambini, agli snack e le medicine ayurvediche.

Come organizzarsi

La soluzione più pratica per organizzare la propria ascesa e hiking all’Adam’s Peak è arrivare a Nallathanni il pomeriggio del giorno prima, ricordandosi di prenotare in anticipo una guesthouse per evitare di dover attendere l’una di notte al tempio o in strada. Dopo una rapida passeggiata nelle strade polverose, la cena può essere prenotata presso la guesthouse. A letto presto e poi partenza alle 2. 

Il pellegrinaggio è gratuito, non ci sono biglietti da pagare, ma non sarà raro trovare presunti monaci o locali alla ricerca di qualche soldo per arrotondare.

Le temperature a queste latitudini non sono mai troppo basse ma è possibile che il vento sia fastidioso, soprattutto a mano a mano che si sale. E’ consigliabile vestirsi con pantaloni da trekking, maglietta tecnica e felpa in pile, che toglierete sicuramente subito dopo l’alba. E’ sufficiente portare un piccolo zaino per gli oggetti più importanti ed eventualmente attrezzatura per la pioggia se il tempo è previsto variabile. I locali normalmente optano per abbigliamento tradizionale o per jeans. Tutti sono rigorosamente in ciabatte infradito o a piedi scalzi.

Una volta in cima, ci si può posizionare sui gradini a sinistra della scalinata di accesso al tempio in attesa dell’alba. Occupato un posto, è consigliabile visitare il tempio sulla vetta lasciando magari il proprio compagno di avventure a tenere il posto guadagnato. Nel tempio si entra ovviamente senza scarpe e senza cappelli.

Al rientro a Nallathanni, dopo la colazione, si può programmare la partenza per la destinazione successiva, poiché la zona non offre molto di più per i turisti internazionali.

Dove alloggiare a Nallathanni

Il villaggio di Nallathanni, ai piedi della vetta, è la soluzione più pratica e meglio servita. E’ punteggiato da guesthouse più o meno spartane attrezzate con camere con o senza bagno privato. Le opzioni per i pasti non mancano ma normalmente ci si può rivolgere alla guesthouse per la cena prima della partenza e la colazione dopo il rientro.

Cosa vedere in Sri Lanka

Lo Sri Lanka è un paese di 21,5 milioni di persone, per la maggior parte singalesi (75%), seguiti da tamil (11%), discendenti arabi (9%), indiani (4%). Seguono al 70% la religione Buddhista, al 13% l’induismo, al 9% l’islam e al 7% il cristianesimo.

Un viaggio in Sri Lanka inizia e finisce sempre a Colombo, una città di mare che però di mare offre poco se non la vista. Per visitarla è sufficiente un giorno scarso soffermandosi sulla zona del Fort (belli i palazzi coloniali recentemente ristrutturati), la zona del mercato di Pettah a Est di Fort e la zona di Union Place e di Church Street, una zona più popolare e vivace e che probabilmente verrà fagocitata dai discutibili cantieri edili aperti un po’ ovunque.

La metà settentrionale dell’isola dello Sri Lanka ospita le spiagge di Jaffna, nell’estremo nord, che meritano un’attenta visita perché meno sfruttate turisticamente del resto (è stato l’ultimo baluardo della guerra civile e quindi è stata aperta al turismo più tardi). Nell’entroterra si trovano invece le città archeologiche di Anuradhapura, Sigiriya e Polonnaruwa, sicuramente di grande impatto. Sulla costa nordorientale, la località più famosa per le spiagge è Trincomalee.

Il centro dell’isola è occupato dall’Hill Country, la zona di produzione massiccia di tè. Il panorama qui è collinare, le temperature sono più miti e l’architettura più inglese. La città principale è Kandy, che merita sicuramente una visita di una giornata. A sud di Kandy, la zona di Nuwara Eliya è la più ricca di piantagioni di tè. Imperdibile poi il tragitto in treno da Haputale a Ella, da dove però conviene ripartire subito per altre destinazioni.

La metà meridionale dell’isola è ricca di parchi nazionali (ce ne sono molti un po’ in tutta l’isola) famosi per i leopardi e gli elefanti. Il parco di Sinharaja permette, a differenza di altri, di  fare un pò di trekking in Sri Lanka e di percorrere dei tratti a piedi nella foresta pluviale, sempre ovviamente con una guida.

La costa meridionale è dedicata al mare. La località principale è la cittadina di Galle, recentemente ristrutturata nella zona del Fort e che merita sicuramente una pausa.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak può essere inserito in un tour della zona centrale, tra Kandy e la zona di Nuwara Eliya, oppure può essere raggiunto direttamente da Colombo.

Viaggiare in Sri Lanka è semplice: la popolazione parla quasi sempre un modesto inglese e i servizi per turisti sono di buona qualità. Gli spostamenti si possono fare in auto con autista o in treno (attenzione ai ritardi!). Trattandosi di un’isola di dimensioni medie, un viaggio di una decina di giorni può essere un buon compromesso.

Breve storia dello Sri Lanka

L’isola dello Sri Lanka iniziò ad essere abitata probabilmente 32.000 anni fa. A parte una prima fase di sviluppo, l’intera storia dello Sri Lanka (prima Ceylon) è segnata dal conflitto e dalla contrapposizione tra singalesi e tamil.

Intorno al 1000 a.C. iniziano a prosperare gli insediamenti singalesi di Anaradhapura. E’ del 200 a.C. invece l’arrivo del buddhismo in Sri Lanka. Dopo Anaradhapura, la capitale fu spostata a Polonnaruwa e vi rimase dal 1000 al 1216. Entrambe le capitali avevano il loro punto di forza su un sistema di irrigazione molto efficiente, paragonabile a quelli iraniani e egiziani. Quando però iniziarono ad avvicendarsi al potere sovrani meno lungimiranti e illuminati, il sistema di irrigazione fu abbandonato e con esso anche la seconda capitale del nord perse di centralità. I singalesi si spostarono gradualmente verso sud e il nord fu occupato dal regno di Jaffna, tamil.

Lo Sri Lanka è stato per molto tempo punto cardine dei commerci marittimi tra oriente e occidente. I primi a sfruttarlo furono gli arabi che vi approdarono nel 1600 portando così anche la fede islamica, insieme a pietre preziose, elefanti e cannella. Nel 1505 fu la volta dei portoghesi, che portarono con sé i religiosi domenicani e gesuiti. Nel 1602 arrivarono gli olandesi che si accaparrarono il monopolio sul commercio delle spezie. Nel 1796 gli olandesi lasciarono i possedimenti in Sri Lanka agli inglesi in cambio di protezione in patria. In sei anni l’isola diventò una colonia britannica. Nel 1830 iniziarono ad arrivare i primi coloni e le piantagioni di gomma e caffè furono sostituite con quelle di tè.

Con la colonizzazione nacquero anche, di riflesso, i movimenti di indipendenza a sfondo religioso (buddhista e induista)

 


 

L’indipendenza fu ottenuta il 4 febbraio 1948 (nel 1947 l’India era divenuta indipendente). Il partito al potere, l’UNP (United National Party), era però un’estensione dei coloni britannici in quanto rappresentava quasi esclusivamente l’élite singalese di lingua inglese. Nel 1956 guadagnò consensi anche l’SLFP (Sri Lankan Freedom Party), a favore del socialismo, del nazionalismo singalese e della religione buddhista. Nel 1970 anche il nome del paese cambiò da Ceylon (nome introdotto dai portoghesi e poi mantenuto da olandesi e inglesi) a Sri Lanka (isola risplendente, in singalese; i singalesi indicavano già l’isola con il nome di Lanka, appunto isola), evidenziando così il ruolo di predominanza del buddhismo.

A metà degli anni ’70 giovani tamil iniziarono a sostenere l’idea di uno stato tamil indipendente con il nome di Eelam (terra preziosa). Questi gruppi si identificavano come Tigri Tamil (LTTE) e tra i loro fondatori più importanti c’era Vellupillai Prabhakaran. La situazione si radicalizzò e si moltiplicarono gli attentati alle forze di polizia e ai civili. Inizia così una guerra civile che sarebbe durata 26 anni. 

Con ancora in corso la guerra civile, soprattutto nella zona più settentrionale, il 26 dicembre 2004 si abbatté sullo Sri Lanka il più distruttivo tsunami degli ultimi decenni. Le vittime furono 30.000, senza considerare gli sfollati, gli orfani e i feriti. La gestione degli aiuti fu controversa e l’evento, che poteva costituire nella sua drammaticità un’opportunità di pacificazione nazionale, fu sprecata.

Dopo vari tentativi di cessate il fuoco andati a vuoto, nel 2008 l’esercito dello Sri Lanka mise in atto una violenta rappresaglia contro l’LTTE e riconquistò il 99% del territorio prima controllato dalle Tigri Tamil, ormai confinate in una ristretta zona nord-orientale dell’isola. Nel maggio 2009 l’esercito regolare conquistò anche l’ultima striscia di terra e accerchiò le ultime centinaia di combattenti tamil. Finì così una guerra civile che aveva causato oltre 100.000 vittime e che ha instillato nel paese problemi di dimensioni epocali. 

La guerra ha di fatto impedito quasi tre decenni di sviluppo economico, sociale e industriale, rendendo il paese arretrato dal punto di vista infrastrutturale e dipendente da potenze esterne (prima tra tutti la Cina). Ci vorrà ancora molto tempo prima che lo Sri Lanka si normalizzi ma nel frattempo il turismo, soprattutto quello sostenibile, può sicuramente giocare un ruolo chiave nella crescita locale e nella costruzione di una società autosufficiente.

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Flavia Cusaro & Simone Ciampi
Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.

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