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Tanzania - Trekking sul Kilimanjaro e ascesa al “Tetto dell’Africa"

Il trekking sul Kilimanjaro è nella lista-di-cose-da-fare di migliaia di appassionati di montagna e di escursionismo. Ecco cosa sapere per poterlo affrontare al meglio.

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Il Kilimanjaro è tante cose insieme: è un vulcano, è il punto più alto dell’Africa (5895 m), è il più alto rilievo isolato (non fa parte di una catena montuosa), è il più alto punto raggiungibile senza attrezzatura tecnica. È ovviamente Patrimonio dell’Umanità e fa parte del gruppo dei Seven Summits (le cime più alte di ciascun continente). Raggiungere la vetta non prevede passaggi pericolosi o tecnici ma l’altitudine e la durata dell’ascesa richiedono un’adeguata preparazione e un buon grado di consapevolezza. Il tutto però è ripagato dal panorama e da un’esperienza umana difficilmente replicabile.

Il Kilimanjaro si trova al confine tra Tanzania e Kenya. È in realtà uno stratovulcano, nel senso che è composto da tre distinti coni vulcanici: Kibo (5895 m), Mawenzi (5149 m) e Shira (4005 m). Mawenzi e Shira sono estinti, Kibo è tecnicamente dormiente (ma l’ultima eruzione è stata tra i 150 mila e i 200 mila anni fa).

Quando la zona venne colonizzata dai tedeschi intorno al 1880, venne rinominato Kilima-Ndscharo e la sua cima Kaiser Wilhelm Peak. Nel 1964 la neonata Tanzania cambiò il toponimo in Uhuru Peak, Freedom Peak.

È stato raggiunto per la prima volta da Hans Meyer e Ludwig Purtscheller nel 1889 e dopo di loro da decine di migliaia di persone. È probabile comunque che alcuni locali lo avessero già fatto prima dei tedeschi ma senza metterlo nero su bianco. È compreso nell’omonimo parco nazionale e l’accesso è regolato da autorizzazioni e sistemi di controllo.

Come raggiungere la cima del Kilimanjaro

Ci sono teoricamente sette vie per raggiungere Uhuru Peak e prendono tutte il nome del villaggio alla base di ogni percorso. Sono però tre quelle più consigliate:

– la Marangu: l’unica provvista di bivacchi ma essendo molto ripida non permette un adeguato acclimatamento e quindi causa molte defezioni; inoltre il percorso di andata e ritorno è lo stesso;

– la Machame: la più frequentata perché si può completare in 7 giorni e consente un adeguato (ma non ottimale) acclimatamento; incontra la Lemosho il terzo giorno;

– la Lemosho è la più completa perché si può completare in 8 giorni e inoltre attraversa la foresta tropicale alla base del Kili.

Machame e Lemosho possono essere completate anche rispettivamente in 6 e 7 giorni, ma in questo caso bisogna considerare minore acclimatamento e giornate più lunghe.

Le altre quattro vie sono sconsigliate: la Mweka è molto ripida, poco panoramica ed è usata prevalentemente per la discesa lungo la Lemosho Route; la Rongai è l’unica via che affronta il versante settentrionale ed è paesaggisticamente poco interessante; la Shira è una copia della Lemosho (con cui converge il terzo giorno) e non presenta particolari vantaggi; la Umbwe è molto dura perché’ ripida e attacca la vetta da un versante particolarmente difficile, pertanto sconsigliata.

Shira è una copia della Lemosho (con cui converge il terzo giorno) e non presenta particolari vantaggi; la Umbwe è molto dura perché’ ripida e attacca la vetta da un versante particolarmente difficile, pertanto sconsigliata.

Merita un appunto il cosiddetto Western Breach: si tratta di un percorso molto impegnativo che raggiunge in poco tempo Lava Tower (4600m) e prende poi una “scorciatoia” per Uhuru Peak che prevede punti molto ripidi e fragili. La Western Breach era addirittura stata chiusa per alcuni anni a causa di incidenti ma è stata poi riaperta nel 2007. L’attacco alla cima avviene completamente di notte per approfittare delle basse temperature che rendono più stabile il ghiaccio, ma nonostante questo i rischi sono molto alti e la maggior parte delle agenzie non organizza trekking lungo questa via. Meglio guardare altrove.

Tutte le vie presentano delle varianti che, ad esempio, consentono un maggiore acclimatamento (raggiungere punti più alti durante il giorno per poi dormire più in basso). È questo il caso di Shira Cathedral o di Lava Tower. Esiste poi un’aggiunta alcune volte proposta: Crater Camp. Si tratta di un campo ad altissima quota (5750m) in cui fermarsi dopo aver raggiunto Uhuru Peak. È altamente sconsigliato per questioni di sicurezza: permanere a tali altitudini per un tempo continuato è pericoloso e può dare avvio a gravi sintomi di mal di montagna, a volte letali. I soccorsi, che per gli altri campi sono ben gestiti, nel caso del Crater Camp sono inesistenti. Inoltre scegliere di fermarsi a Crater Camp obbliga i portantini a uno sforzo eccessivo dovendo trasportare e allestire un campo così in alto.

Come organizzarsi per un trekking sul Kilimanjaro

Il Kilimanjaro ha un suo proprio aeroporto (JRO) servito da alcune compagnie internazionali e molte regionali. L’ideale è arrivare in zona il giorno prima della partenza e prevedere una notte anche al ritorno, in modo da potersi rimettere in sesto prima della tappa successiva. Le agenzie normalmente offrono pacchetti che comprendono i transfer da e per l’aeroporto e le notti in hotel.

L’organizzazione del trekking sul Kilimanjaro fornita dalla maggior parte delle agenzie è ottima. Ogni gruppo è accompagnato da un numero variabile di guide, cuochi e portantini (per 2, ad esempio, la squadra di accompagnamento può essere di 12-14 persone). I gruppi possono essere anche molto grandi ma l’ideale è rimanere entro i 6 partecipanti. È possibile aggregarsi a un gruppo eterogeneo esistente oppure organizzare un viaggio individuale. Viene normalmente fornita l’attrezzatura da campeggio (tenda per dormire, tenda per mangiare con tavolo e sedie, tenda per cucinare, tende per il personale al seguito, tutto ciò che serve per cucinare e mangiare) ed è possibile attrezzarsi con un WC chimico privato. È altamente consigliato optare per questo lusso, in quanto i bagni pubblici nei campi sono in pessime condizioni. Il personale al seguito si occupa dell’attrezzatura e di fornire i comfort di base: acqua trattata da bere e acqua calda per sciacquarsi. I pasti sono sempre caldi e cucinati sul posto. Le giornate iniziano normalmente verso le 6 per poter approfittare del bel tempo mattutino. I pomeriggi, essendo più instabili e a volte piovosi, è meglio passarli nel campo successivo. La sera normalmente il tempo si schiarisce nuovamente permettendo bellissime vedute su Kibo. La cena è normalmente verso le 18-18:30 (il sole cala intorno alle 18) e alle 20 tutti sono in tenda.

I rapporti umani sono molto forti, complice la quasi assenza di segnale telefonico. Nei campi si incontrano spesso le stesse persone delle notti precedenti e anche con il personale al seguito si instaura un bel rapporto di solidarietà. Durante gran parte delle giornate, camminando, si vedranno sfrecciare a una velocità da centometristi decine portantini con il loro carico sulla testa e sulle spalle, tutti impegnati nel farci trovare il campo pronto al nostro arrivo.

 

Sicurezza

La montagna è relativamente sicura. Le tappe di questo trekking sul Kilimanjaro sono moderatamente impegnative e richiedono una forma fisica buona ma non impossibile da ottenere. Le temperature sono piacevoli durante il giorno e non eccessivamente fredde durante la notte (è indispensabile però un sacco a pelo e abbigliamento tecnico adeguati). L’importante è scegliere attentamente il periodo dell’anno: i mesi migliori sono dicembre-febbraio (estate) e luglio-ottobre (inverno). Nell’inverno australe è frequente trovare neve dai 4500 m in su. Il sistema di soccorso è gestito con elicotteri e 4×4 (ci sono piste fino a metà percorso). È ovviamente indispensabile dotarsi di un’assicurazione adeguata che copra anche trekking non tecnici fino a 6000 m.

I problemi più frequenti sono quelli collegati all’altitudine. Passare dalle ossigenate cittadine europee a campi d’alta quota può rappresentare un problema anche per i più allenati. Il mal di montagna si presenta gradualmente, quindi è bene comportarsi adeguatamente per poter limitare i sintomi più lievi (mal di testa, nausea, inappetenza) e scongiurare quelli più gravi (problemi respiratori e cardiovascolari seri). La regola d’oro è Pole Pole (piano piano): camminando lentamente si dà tempo al corpo di adeguarsi al cambio di altitudine e si evita di andare in affanno. È inoltre importante bere moltissimo, almeno 3 litri di acqua durante la camminata e circa 1 litro durante il resto del giorno. 

Alcune giornate, ad esempio quella di Lava Tower, sono più importanti di altre per l’acclimatamento; inoltre la Machame e la Lemosho Route prevedono tre campi a 4000 m che sicuramente preparano bene alle altitudini successive. È importante mantenersi in forze mangiando adeguatamente e dormendo bene (un materassino gonfiabile da campo sarà di grande aiuto). 

Ogni sera la guida controlla il polso e l’ossigenazione del sangue e compila una scheda segnando eventuali sintomi lievi, da non tenere mai nascosti. Alcuni scelgono di seguire una profilassi con un medicinale chiamato Diamox (non disponibile in Tanzania) che dovrebbe alleviare i sintomi più lievi ma ha conseguenze (diarrea) che forse è meglio valutare. In ogni momento la soluzione più efficace per sintomi che sembrano aggravarsi è una sola: scendere. Partire in buona salute e con una buona forma fisica è comunque il primo passo per non avere problemi in quota.

L’ascesa al Kilimanjaro - la Via Lemosho

Giorno 1 | da Lemosho Gate (2253 m) a Big Tree Camp (2786 m)

Distanza: 5.9 km | Durata: 2h | Ascesa: 602 m | Discesa: 69 m

Dopo un tratto in auto per Londorossi Gate, si procede alla registrazione e si incontra la squadra che nel frattempo pesa il materiale. Il controllo del peso sulle spalle dei portantini sembra ben fatto, anche nei campi ci sono pese che dovrebbero garantire il rispetto dei 20 kg massimi. Inoltre il ripetuto controllo del peso impone che la spazzatura venga quasi tutta (compresi gli scarti alimentari) riportata indietro, essendo consentita solo una minima differenza tra i kg in entrata in ciascun campo e quelli in uscita.

Dopo la burocrazia, si parte in fuoristrada per Lemosho Glades, vero punto di partenza. Questa tappa è tutta nella foresta equatoriale, con la possibilità di scorgere scimmie colobus e scimmie blu. La temperatura è normalmente piacevole, intorno ai 20 gradi. Siamo finalmente pronti per affrontare questo trekking sul Kilimanjaro.

Giorno 2 | da Big Tree Camp (2786 m) a Shira I Camp (3537 m)

Distanza: 7.7 km | Durata: 5h | Ascesa: 903 m | Discesa: 194 m

Dopo un primo tratto nella foresta, ci si avvia verso lo Shira Plateau, un enorme altopiano a 3500 m di altitudine che offre le migliori vedute su Kibo. Si inizia a salire.

Giorno 3 | da Shira I Camp (3537 m) a Shira II Camp (3890 m) via Shira Cathedral (3872 m)

Distanza: 9.8 km | Durata: 4h40′ | Ascesa: 499 m | Discesa: 114 m

Questa è la prima giornata più impegnativa. Il percorso prevede una deviazione, facoltativa, alla Shira Cathedral (3872 m) un punto panoramico posto al limite dello Shira Plateau, per il quale la strada si fa leggermente più impegnativa. È un buon esercizio e un modo per approfittare al massimo dei panorami. Camminando attraverso la Shira Plateau si possono avvistare antilopi.

Giorno 4 | da Shira II Camp (3890 m) a Barranco Camp (3940 m) via Lava Tower (4632 m)

Distanza: 9.7 km | Durata: 7h | Ascesa: 788 m | Discesa: 712 m

Giornata decisamente impegnativa perché’ il primo obiettivo è Lava Tower, una formazione di roccia lavica a 4600 m di altitudine. Essendo l’ideale per migliorare l’acclimatamento, la squadra al seguito si organizza di solito in modo da permettere una permanenza di almeno un’ora in quota. La strada per raggiungere Lava Tower è poco ripida ma l’altitudine si fa sentire verso la cima.

La via da Lava Tower a Barranco Camp permette di vedere moltissimi esemplari di Dendrosenecio kilimanjari (o senecio gigante) e di Lobelia deckenii. Entrambi vengono impollinati da un simpatico uccellino tipico di questa zona, la nettarina di Johnston.

Il Barranco Camp (3940 m) è spesso avvolto nella nebbia ma la situazione migliora spesso verso sera. La presenza più massiccia è quella del Barranco Wall, la prima sfida del Giorno 5.

Giorno 5 | da Barranco Camp (3940 m) a Karanga Camp (4042 m) via Barranco Wall (4215 m)

Distanza: 4.7 km | Durata: 3h30′ | Ascesa: 492 m | Discesa: 418 m

Giornata impegnativa perché inizia con il Barranco Wall (4215 m), una formazione rocciosa all’apparenza verticale. In realtà, con qualche passaggio di mano è possibile risalirla piuttosto facilmente per poi scendere verso il Karanga Camp.

Dalla cima del Barranco Wall è possibile vedere chiaramente il Monte Meru, un altro stratovulcano di 4562 m posizionato 70 km a ovest del Kili. È la seconda cima più alta della Tanzania ed è possibile raggiungerla con 2-3 giorni di trekking (Momella Route). Alcuni utilizzano il Monte Meru come acclimatamento per il Kilimanjaro. Si trova nell’Arusha National Park.

Giorno 6 | da Karanga Camp (4042 m) a Barafu Camp (4629 m)

Distanza: 3.8 km | Durata: 4h | Ascesa: 649 m | Discesa: 63 m

Camminata breve per raggiungere il campo base in tempo per un pranzo anticipato. Il paesaggio è ormai solamente deserto alpino. Il pomeriggio è normalmente di riposo e preparazione per la notte di ascesa, anche perché a 4600 m l’altitudine inizia a farsi sentire sul serio.

Giorno 7 | da Barafu Camp (4629 m) a Uhuru Peak (5895 m)

Distanza: 4.6 km | Durata: 6h20′ | Ascesa: 1267 m | Discesa: 15 m | Grado: 27%

Sveglia alle 23 e partenza alle 24. L’obiettivo è arrivare in cima per l’alba. La squadra di accompagnamento resta al campo mentre partono le guide al seguito, pronte a dare gli incitamenti necessari per poter completare con successo l’impresa. La giornata è decisamente la più impegnativa dell’intero trekking sul Kilimanjaro.

Il primo tratto è roccioso poi inizia un ghiaione da coprire tutto a zig-zag, mentre l’altitudine aumenta. È una lunga fila indiana illuminata dalle stelle e dalle torce frontali. Si va pianissimo, l’obiettivo è ancora lontano e bisogna risparmiare il fiato, più si sale più l’ossigeno diventa rarefatto anche per i più acclimatati. Normalmente questo è il tratto più freddo, soprattutto per effetto del vento e quindi è indispensabile vestirsi a strati con materiali tecnici.

L’arrivo a Stella Point (5685 m) dà una benefica scossa di adrenalina anche ai più spossati. Si inizia a percorrere il margine del cratere per arrivare a Uhuru. Questo tratto di percorso, con il cratere a destra e il ghiacciaio a sinistra, è meno ripido ma l’ossigeno è ormai al 50% e bisogna risparmiare il fiato. Ci vogliono anche 45 minuti per coprire il chilometro che manca.

Finalmente si arriva a Uhuru Peak (5895 m), segnato da un cartello come gli altri ma questo ha un valore diverso, è il punto più alto dell’Africa e l’obiettivo di tanti sforzi.

.. da Uhuru Peak (5895 m) a Barafu Camp (4629 m)

Distanza: 4.7 km | Durata: 2h15′ | Ascesa: 18 m | Discesa: 1268 m | Grado: -27%

La discesa è decisamente più agevole. Si prende velocità sul ghiaione vulcanico e a mano a mano che si scende ci si deve togliere strati di vestiti. Il sole è caldo già alle 7 del mattino e il percorso è completamente esposto. All’arrivo a Barafu Camp è pronto il cibo per mettersi in forze per l’ultima discesa della giornata, verso Mweka Camp, 1500m verticali più in basso.

.. da Barafu Camp (4629 m) a Mweka Camp (3077 m)

Distanza: 6.9 km | Durata: 4h | Ascesa: 15 m | Discesa: 1557 m | Grado: -22%

La discesa è impegnativa perché rocciosa e molto ripida. Poco prima di Millenium Camp, un campo intermedio, ricomincia la foresta equatoriale dei primi giorni. Dopo un altro paio di ore si arriva a Mweka Camp, l’ultimo. La squadra al seguito saluta con canti e balli e vengono consegnati gli attestati, prova inconfutabile dell’impresa.

Giorno 8 | da Mweka Camp (3077 m) a Mweka Gate (1631 m)

Distanza: 8.6 km | Durata: 2h | Ascesa: 9 m | Discesa: 1456 m | Grado: -17%

Due ore di cammino per arrivare alla Mweka Gate, che segna l’uscita dal Parco Nazionale del Kilimanjaro e la fine ufficiale dell’avventura. La discesa è più agevole di quella del giorno prima. I portantini sfrecciano, il loro lavoro è praticamente finito. Il percorso è molto ombreggiato. Nei cespugli più bassi si nasconde una specie di Impatiens che nasce solo da queste parti, l’Impatiens kilimanjarii, chiamato anche proboscide di elefante. Un’ultima firma al registro presenze ed è veramente la fine dell’avventura.

Cosa portare per il trekking sul Kilimanjaro

Di norma, bisogna attrezzarsi con uno zaino da giorno, da circa 30 litri, e con una sacca impermeabile da 60 litri o più da consegnare ai portantini. La sacca non può superare i 18 kg a testa e deve essere morbida, in modo da poter essere trasportata agevolmente anche sulla testa. Ad ogni nuovo campo la vostra sacca sarà ad aspettarvi nella vostra tenda.

Tra le cose da portare assolutamente ci sono:

  • -Abbigliamento da trekking (2 paia di pantaloni, 3-4 magliette tecniche);
  • Scarponi da montagna
  • -Giacca a vento da trekking
  • Accessori per l’acqua (poncho, ghette, coprizaino)
  • -Biancheria termica (maglia termica, calzamaglia termica)
  • -Calze da trekking invernali e estivi
  • -Guanti e cappelli per il freddo
  • -Cappello da sole e occhiali da sole
  • -Crema solare
  • -Bastoncini di trekking
  • -Borracce e sacchi per l’acqua per un totale di almeno 3 litri di capacità
  • -Powerbank
  • -Luce da tenda
  • -Materassino (possibilmente gonfiabili perché il fondo dei campi è molto irregolare)
  • -Sacco a pelo (che arrivino a temperature di -15 in modalità estrema)
  • -Fazzoletti igienizzanti e carta igienica
  • -Snack
  • -Medicine (sicuramente paracetamolo, antidiarrea, aspirina, cerotti, cerotti per calli, disinfettante)
  • -Macchina fotografica

Ovviamente ognuno deve attrezzarsi con quegli oggetti ritenuti indispensabili o comunque necessari per rendere l’esperienza più gradevole. Ad esempio un paio di scarpe da passeggiata possono rivelarsi utili sia una volta arrivati a destinazione il pomeriggio sia in caso di forti piogge che bagnino gli scarponi. Anche un mazzo di carte si può rivelare molto utile.

Qualche informazione sulla Tanzania

La Tanzania è un paese di meno di 60 milioni di abitanti in un’area tre volte quella italiana (ma il 38% è riservato alla conservazione naturale). Si trova nell’Africa orientale nella zona dei grandi laghi (Vittoria, Albert, Edward, Tanganyika, Kivu, Malawi, Turkana). Confina con Uganda, Kenya, Mozambico, Malawi, Zambia, Rwanda, Burundi e la Repubblica democratica del Congo.

La lingua ufficiale è lo Swahili anche se l’inglese è molto utilizzato soprattutto nell’educazione (solo le scuole elementari sono in Swahili) e nel commercio. Il 90% dei tanzaniani comunque parla Swahili solo come seconda lingua e ha come lingua madre un dialetto tribale (ce ne sono più di cento nella sola Tanzania). Lo Swahili è una sorta di lingua franca molto diffusa nella zona dei grandi laghi. Si scrive usando le lettere latine anche se si tratta di una trasposizione fonetica recente, essendo in origine scritta utilizzando l’alfabeto arabo (ormai dimenticato). Le due religioni principali, ed equamente rappresentate, sono l’Islam e il Cristianesimo, ma non sono frequenti gli scontri per motivi religiosi.

Il nome con cui il paese è conosciuto oggi è in realtà un nome composto dai toponimi Tanganyika (la Tanzania continentale) e Zanzibar (l’arcipelago più importante). Le due regioni hanno una storia diversa e solo nel 1964 sono state unite in un unico stato. Zanzibar fu per secoli araba (ancora oggi la maggioranza della popolazione è musulmana), mentre il Tanganyika fu colonizzato dai tedeschi intorno al 1880 per passare nel 1919 agli inglesi dopo la sconfitta della Germania nella Prima guerra mondiale. Nel 1954, l’insegnante Julius Nyerere, poi leader del movimento dei paesi non allineati, entrò in politica con la Tanganyika African National Union (TANU) e rivendicò la sovranità nazionale, ottenuta finalmente nel 1961. Nel 1962 fu trasformata in una repubblica democratica. Nel 1963 la Rivoluzione di Zanzibar scacciò il dominio arabo e rese l’isola indipendente, per poi convergere con il Tanganyika l’anno successivo.

Nyerere si impegnò alla costruzione di un’identità nazionale che superasse le differenze tribali. Adottò la Dichiarazione di Arusha (1967) con cui si impegnò al socialismo e al pan-africanismo. Molte banche e imprese furono nazionalizzate. Ancora oggi il paese è di fatto governato da un unico partito (CCM), anche se il multipartitismo è garantito per costituzione. Grazie a molte di queste politiche, la Tanzania ha beneficiato nei decenni di una maggiore stabilità rispetto agli altri paesi africani.

L’economia tanzaniana è per un terzo agricola e per un quinto industriale (sfruttamento delle risorse naturali in primis). Il 15% del PIL è prodotto dal turismo, un motivo in più per sceglierla come destinazione di viaggio.

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Writers APIEDIPERILMONDO - Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.

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