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Chi ama camminare solitamente saluta l’arrivo dell’estate con grande gioia ed entusiasmo; seppur sia bellissimo passeggiare o viaggiare anche d’inverno, la “bella stagione” concede, infatti, più opportunità e alternative, alla portata di tutti.

«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare» Il popolo dei viaggiatori è fatto, si sa, di tante sfumature; tra le varie ci sono, ovviamente, i camminatori, ma, in mezzo a loro e al di là, esiste una tonalità cromatica che varia al variare delle emozioni […]

..e poi arriva il momento di rimettersi in cammino

Ci sono molte buone ragioni per mettersi in cammino, ormai è noto a tutti, dallo stare in forma al puro piacere di viaggiare, dal conoscere nuove persone al raggiungere un determinato obiettivo: ogni partenza è sempre accompagnata da grandi desideri e aspirazioni.

Ma quando l’esperienza è finita, cosa accade? Come si procede? Dove si va? Ovviamente non c’è un prosieguo uguale per tutti, almeno in un primo momento: alcuni ritornano alla loro vita abituale, riprendono il lavoro da dove l’avevano lasciato, tornano a sbrigare le faccende domestiche, seguire i figli e i nipoti, giocare a calcetto; altri, invece, trovano l’ispirazione per dare il via a importanti progetti, cambiare occupazione, rifarsi una vita, ognuno sicuramente con un bagaglio più ricco, ma non necessariamente accomunati dallo stesso destino. 

Eppure, nonostante le diverse visioni ed esperienze, arriva per tutti il giorno in cui i piedi iniziano a scalpitare e a chiedere di tornare a muoversi in libertà, senza costrizioni, a contatto con la semplicità delle cose, perché se è vero che, in realtà, non si smette mai di camminare, è altrettanto vero che non sempre ce ne ricordiamo… e fortunatamente c’è un moto interno, indipendente da noi, che ci invita a ripartire.

“La vita è un viaggio da fare a piedi” (Chatwin)

Mai seduti, esortano alcuni Maestri, perché chi non è in cammino rischia di chiudersi al mondo, di perdere lo sguardo sull’orizzonte, di non realizzare i propri sogni; ma non è necessario avanzare velocemente e non godersi le pause, imporsi grandi risultati e non dedicare del tempo al ritiro, l’importante è non perdere il piacere di andare.

Ed, infatti, molte sono le storie di chi ci riprova, ripercorrendo lo stesso tratto di strada o un altro, verso la medesima direzione o una nuova, ma sempre motivato dalla spinta originaria, un istinto che pare venire da lontano, innato. Sia per chi ha percorso parecchi chilometri zaino in spalla, sia per chi si concede qualche passeggiata pomeridiana o un trekking domenicale, prima o poi arriva per tutti il momento di rimettersi in cammino.

In fondo, camminare è il gesto più naturale e più antico che l’uomo utilizza per muoversi e fare esperienza del mondo, quindi è normale che in ognuno di noi si faccia sentire il richiamo a sgranchire le gambe, ad andare fuori, a girovagare, a vivere a pieno.

Ritrovare il senso delle cose

Dal momento della nascita fino a quando ce ne andiamo, ogni nostro attimo scandisce il percorso che abbiamo scelto di intraprendere per cercare di essere felici e dare un senso alla nostra esistenza; è un percorso fatto di passi quotidiani, cadenzati, piccoli e leggeri, ma anche di falcate, salti e improvvisi cambi. 

Rimettersi in  cammino è soffiare via i pesi che si sono di nuovo accumulati, per ritrovare freschezza e nuova linfa, quella strana sensazione di pace che pare quasi irreale, ma anche semplicemente per guardare, toccare e sentire, perché percepire è più importante che “farsi un’idea”, giudicare, pensare che il mondo sia come ce lo hanno descritto altri, per re-imparare a lasciare andare, ricordarci che non abbiamo grande controllo sulle cose, che ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si crea.

 

Ritorniamo fuori, nella natura, per allungarci un po’ la vita, ma soprattutto per renderla più intensa, per attraversare le strade, girare attorno alle case e cambiare prospettiva, prestare attenzione ai particolari, meravigliarsi di nuovo e continuamente, circondarsi del bello, avvicinarsi all’alto; senza fretta, in ascolto di ogni battito di cuore, di ogni respiro, grati per essere vivi, per i sentimenti, le emozioni, i pensieri che si orientano verso lo straordinario.

Rossella Capetti
Rossella Capetti

Mi chiamo Rossella e, forse non a caso, il rosso è il mio colore preferito, per me rappresenta la passione e l’amore per la vita. Mi piacciono moltissimo anche gli spazi verdi, quelli della natura, dove spesso mi rifugio per rigenerarmi. In realtà, durante il giorno mi lascio avvolgere da tutte le sfumature poiché c’è sempre qualcosa che attira la mia curiosità! Uso la creatività per dare forma alle mie idee, ma ciò che guida i miei passi è principalmente un forte desiderio di spiritualità.Sono sul Cammino della mia auto-realizzazione dal 1980, pesci ascendente scorpione, costantemente immersa nelle acque delle emozioni e delle sensazioni.
Lavoro da diversi anni come consulente nell’ambito della comunicazione, ma oggi sono principalmente impegnata in attività e progetti di crescita personale come Life Coach e Operatrice Olistica.
Amante dei viaggi, dopo l’esperienza sul cammino di Santiago, ho riscoperto il piacere di andare a piedi e oggi non ne posso più fare a meno! Camminare è la mia principale fonte di benessere.

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Recensione “Into The Wild – Nelle Terre Estreme”

Jon Krakauer, nel suo “Into the Wild” racconta la storia del giovane Chris Johnson McCandless che, ad inizio degli anni Novanta, vagabondò nella zona occidentale degli Stati Uniti ed infine in Alaska, alla ricerca di un profondo significato di vita nella natura.

Potrebbe sembrare agli occhi di molti un’avventura dettata dall’impeto giovanile, dalla voglia di ribellione verso la società e la famiglia, finita male perché dominata da inesperienza e da troppa esuberanza… io invece credo sia la storia di un ragazzo dal futuro promettente che decise, con estremo coraggio, di rinunciare alle facile comodità che avrebbe potuto avere pur di dedicarsi alla ricerca di se stesso e di un senso più profondo della vita, scegliendo di partire per un viaggio senza meta né durata che lo avrebbe condotto verso terre inospitali e purtroppo alla morte.

Questo libro, “Into the wild”,  nacque dall’incontro casuale fra la storia di McCandless e Krakauer, allora giornalista, che riportò tutta la faccenda sulla rivista Outside: l’articolo attirò subito grande attenzione negli Stati Uniti. 

In tanti si chiedevano perché un ragazzo di poco più di vent’anni avesse scelto di allontanarsi dalla vita agiata e borghese della sua famiglia (il padre di Chris, Walt, era uno scienziato di punta della Nasa) per addentrarsi nei meandri di un’esistenza senza averi né certezze. 

La giudicavano come una bizza esistenziale, non si capacitavano di una scelta così sciocca ed immatura per loro, non riuscivano ad andare oltre la tragica fine di Chris, non intuivano la potenza del suo viaggio, non coglievano quell’intima ricerca di equilibrio fra uomo e natura.

Successivamente, questa storia divenne un’ossessione vera e propria per Krakauer, che, col passare del tempo, riuscì a rimettere insieme i pezzi di questa vicenda, grazie all’aiuto dei familiari del ragazzo, alle persone che lo incontrarono lungo il percorso e al diario che Chris tenne durante l’ultima sua avventura, regalandoci una delle esperienze di lettura più suggestive ed emozionanti che abbia mai letto.

“C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace nello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso.”

Jon Krakauer

Appena laureato all’Emory College, Chris intraprese il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, prima in macchina e successivamente a piedi e con ogni mezzo di trasporto disponibile, autostop, treni merci, kayak… un vero esteta on the road! 

Non si lasciò intimorire dalle difficoltà, non ebbe paura di rischiare e per questo riuscì sempre a cavarsela egregiamente. Un ragazzo inoltre molto colto e preparato, leggeva i grandi classici della letteratura, da Tolstoj a London, da Thoreau a Pasternak, traendone un proprio credo di vita, una riflessione continua che lo portò a seguire altissimi parametri di giudizio morale sia per se stesso che per gli altri, cosa che inevitabilmente ne inficiò i rapporti sociali, specialmente quello con i suoi genitori.

Chris, durante uno dei suoi viaggi estivi, prima di concludere gli studi, scoprì che sia lui che sua sorella Carine, nacquero al di fuori del matrimonio poiché suo padre era ancora sposato legalmente con la prima moglie. Una mancanza intollerabile di verità che nel corso degli anni fece scoppiare in lui un senso di ribellione fino ad allora tenuto faticosamente a bada. 

Per questo e per tanti altri motivi, scelse appunto di dare un taglio netto alla sua vita, dette tutti i suoi risparmi in beneficienza, bruciò i documenti ed i pochi soldi rimasti e decise che da allora fin quando lo avrebbe ritenuto necessario, avrebbe vissuto alla giornata, seguendo il respiro del suo cuore e della sua mente, sempre lungo la strada.

Si diresse ad Ovest con la sua inseparabile Datsun, ma un inconveniente gli fece abbandonare l’auto e proseguire senza mezzi propri. Lungo il tragitto incontrò alcune persone con le quali riuscì a stringere un rapporto vero di amicizia, pur nascondendosi dietro il nomignolo di Alexander Supertramp, segno di rigetto verso la sua vecchia vita.

In questi due anni di pellegrinaggio quasi ascetico, lavorò e mise un po’ di soldi da parte per comprarsi l’attrezzatura necessaria alla realizzazione del suo grande sogno, l’avventura di tutte le avventure, un vero viaggio “Into the wild”: l’Alaska.

“Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l'ultima e più grande avventura. L'apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

Christopher McCandless

Non sostò mai per tanto tempo in un posto forse anche per paura di affezionarsi troppo a persone e luoghi e farlo cedere in tentazione di rimandare i suoi progetti; questo penso sia comunque un’altra peculiarità da ammirare in Chris perché aveva sempre il coraggio di rimettersi sulla strada senza timore, riempiendo nuovamente il suo futuro di possibilità. Forse era proprio il fatto di rendersi le cose difficili che lo attirava a proseguire nel suo intento senza lasciarsi soggiogare dal continuo richiamo della società, trovando quasi piacere nelle privazioni quotidiane.

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Non fissarti in un posto, muoviti, sii nomade, conquistati ogni giorno un nuovo orizzonte.”

Ciò che si sprigiona durante il viaggio, parlo di viaggio lento, compiuto con la fatica del proprio corpo e con l’aiuto della propria testa, è un qualcosa di sensazionale che riduce ad un nulla cosmico le iniquità della vita imposta dalla società; le bollette da pagare, i problemi a lavoro, la casa da pulire, le occasioni mancate, diventano neve al sole e la mente si dirige con una lucidità disarmante verso il proprio obiettivo, verso quel proposito che ci ha messo in cammino.

Riportando il discorso su Chris e alla sua avventura “Into the wild”, possiamo magari criticarlo per aver esagerato con la classica frenesia del giovane impaziente di misurarsi con la vita senza conoscerla a fondo, specialmente se si decide di vivere soltanto con ciò che la terra ti offre, soprattutto in una terra estrema come l’Alaska, ma ognuno dovrebbe riconoscergli l’enorme forza d’iniziativa e la bontà d’animo per aver inseguito il proprio sogno ed aver cercato di realizzare un qualcosa nel quale credeva profondamente!

Quanti detrattori possono sostenere altrettanto???

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che meriti, è facile convincersi che se davvero vuoi qualcosa, è tuo sacrosanto diritto ottenerla.”

Raggiunse l’Alaska nell’aprile del 1992 e vi restò per cinque mesi circa. Trovò riparo su di un vecchio bus abbandonato, si procurò il cibo cacciando e pescando, raccogliendo bacche, radici e frutti della terra, senza telefono, mappe, orologi e accetta. Per ben cinque mesi sopravvisse alle ferree leggi della natura nelle terre estreme. Comprese ancora di più che la vera felicità non risiede nelle cose materiali ma nel contatto semplice e genuino con il mondo, con la natura selvaggia ed incontaminata, raggiunse l’idea che sia necessaria la piena condivisione con gli altri, perché come sottolineò in un passaggio dei suoi libri “La felicità è reale solo se condivisa”. 

Ipotizziamo che fosse pronto (non possiamo saperlo per certo) a tornare a casa dalla sua famiglia, a perdonare i suoi genitori e magari anche se stesso per tutte quelle incomprensioni e quei litigi che adesso, senza più quel ribollire di rabbia, sembravano futili pretesti per allontanarsi da loro. 

C’è chi raggiunge una certa maturità col passare degli anni e questo avviene per la maggior parte delle persone; c’è chi invece riesce a scorgere prima di altri significati e verità perché è il viaggio stesso ad amplificare la mente e ad allargare gli orizzonti, permettendo appunto a chi sceglie di togliersi magari qualche comodità, di giungere ben prima ad un obiettivo importante nella vita come è quello della consapevolezza.

Riportando il discorso su Chris e alla sua avventura “Into the wild”, possiamo magari criticarlo per aver esagerato con la classica frenesia del giovane impaziente di misurarsi con la vita senza conoscerla a fondo, specialmente se si decide di vivere soltanto con ciò che la terra ti offre, soprattutto in una terra estrema come l’Alaska, ma ognuno dovrebbe riconoscergli l’enorme forza d’iniziativa e la bontà d’animo per aver inseguito il proprio sogno ed aver cercato di realizzare un qualcosa nel quale credeva profondamente!

Quanti detrattori possono sostenere altrettanto???

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”

Christopher McCandless, leggendo Lev Tolstoj

Chris decise allora di fare ritorno alla civiltà, questi due anni di vita libera gli sarebbero serviti per dare forma concreta alle sue aspettative di ormai giovane uomo. 

Purtroppo quando fece ritorno al punto del fiume Teklanika che aveva attraversato pochi mesi prima, il disgelo della neve e dei ghiacciai aveva aumentato la portata del corso d’acqua in maniera impetuosa, non permettendo al giovane di poterlo guadare senza l’inevitabile rischio d’essere trascinato via dalla corrente.

Tornò al bus in attesa di un momento più propizio ma durante le settimane successive per errore raccolse dei semi di patata selvatica non commestibili, molto simili a quelli che usualmente mangiava.

Gli effetti collaterali dell’ingestione di questi frutti velenosi lo porteranno alla denutrizione ed infine alla morte, sopravvenuta a metà agosto di quell’anno. 

Un paio di settimane dopo un gruppo di cacciatori locali, rinverrà la sua salma portando a conoscenza così anche la sua storia.

Krakauer racconta la storia di Chris cercando di perpetrare nel lettore l’indulgenza dei giudizi e pregiudizi al fine di farci realizzare il senso dell’impresa personale del giovane. L’empatia dello scrittore nei confronti del ragazzo (Krakauer è un alpinista e amante della natura selvaggia) gioca forse un ruolo chiave fra le righe del libro, se ne intuisce la passione che è stata messa nella scrittura e la volontà di far risaltare la figura di Chris come un esempio di elevata caratura morale.

Tuttavia l’indole giornalistica permette a Krakauer di mantenersi in perfetto equilibrio fra sentimento e realtà, senza trasbordare in una verve da tifoso nel racconto.

Una lettura, quella di “Into the wild”, che vi consiglio di portarvi dietro nel vostro prossimo viaggio, che vi terrà compagnia e vi farà riflettere su molti aspetti della vita quotidiana.

Inoltre aggiungo di non perdervi la trasposizione cinematografica realizzata da Sean Penn con lo stesso titolo, arricchita dalla colonna sonora di Eddie Vedder, che con le sue tracce musicali innalza ai massimi il livello del film.

Lorenzo Masotti
Lorenzo Masotti

Sono Lorenzo Masotti, 30 anni, toscano doc. Sono stato sempre invaghito da nuovi orizzonti. Adoro camminare nei boschi, a stretto contatto con la Pacha Mama. Mi piace scrivere e fotografare, raccontare e far conoscere le mie esperienze. Ho viaggiato molto in Italia e in diversi paesi europei.

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Pellegrinaggio sull’Adam’s Peak, in Sri Lanka

Un pellegrinaggio sul monte più sacro dello Sri Lanka, l’isola splendente, per scoprire la spiritualità locale e uscire dalle rotte del turismo di massa: l’Adam’s Peak, l’impronta di piede sacro e i suoi 5500 gradini per raggiungerla.

Lo Sri Lanka è un’isola dalle mille opportunità. Ci sono le spiagge tropicali per gli appassionati di mare e per chi è alla ricerca della forma di relax più tradizionale, ci sono i parchi naturali per gli amanti degli animali e della natura, ci sono i siti archeologici per scoprire qualcosa in più di questa isola e poi ci sono i templi. L’aspetto religioso in Sri Lanka è sempre stato particolarmente importante e ha influenzato, nel bene e nel male, la storia dell’isola, anche di recente. La spiritualità è un aspetto molto sentito dalla popolazione e spesso si sovrappongono tradizioni culturali e religiose che creano un mix esotico e affascinante.

Oltre ai templi tradizionali, da quelli in città a quelli sperduti nelle campagne, c’è un luogo prezioso per tutte le religioni rappresentate sull’isola: l’Adam’s Peak. Chiamato in singalese Sri Pada, è una cima di 2243 mslm nella zona centrale dell’isola. Non è la cima più alta dell’isola ma è sicuramente la più importante e visitata. 

La caratteristica che la contraddistingue è una roccia che si dice sia l’impronta di piede sacro. I buddisti ritengono che si tratti dell’impronta di Buddha, gli induisti di Shiva, i musulmani e i cristiani di Adamo. Ne parlò addirittura Marco Polo nel suo Milione. L’impronta (che dà il nome alla cima, letteralmente “Piede Sacro” in sanscrito) misura 1,8 m di lunghezza e si trova sulla vetta, coperta da un tessuto bianco. Intorno a sé è stato costruito l’omonimo tempio dove centinaia di pellegrini ogni giorno lasciano un lumino acceso.

Ascesa e pellegrinaggio all’Adam’s Peak

Distanza: 5,7 km

Altitudine iniziale: 1206 m

Altitudine in cima: 2243 m

Dislivello in ascesa: 1037 m

La vetta si può raggiungere seguendo diversi percorsi, ma quello preferito dai pellegrini passa dal villaggio di Nallathanni. L’ascesa consiste di 5500 gradini e il dislivello è di circa 1000 m.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak, particolarmente caro ai buddisti da più di mille anni, si deve compiere tra dicembre e maggio, quando il clima è migliore. Durante il resto dell’anno la zona non è servita e le piogge non permettono una salita agevole. Il miglior giorno del mese è quello di luna piena (chiamato poya nel calendario lunare buddista, giorno di festa) o durante il capodanno singalese (a metà aprile): in queste occasioni arrivare in cima può essere quasi impossibile per la folla.

L’ascesa si fa durante tutta la giornata ma soprattutto di notte: l’obiettivo in questo caso è arrivare in cima per l’alba. Si sale di solito in 2-3 ore con partenza verso le 2 di notte a seconda della stagione. E’ consigliabile arrivare in cima almeno un’ora prima dell’alba per poter trovare posto sulla piccola scalinata esposta a oriente e ammirare così l’alba. 

Lo spazio in cima è relativamente poco rispetto ai pellegrini e quindi non è raro che gli ultimi ad arrivare non riescano a guadagnare la cima in tempo. Il tempio non è il posto migliore per ammirare l’alba (il muro perimetrale blocca parzialmente la vista). La discesa si completa in 1.5-2 ore. Normalmente si è di ritorno per le 8 di mattina.

La scalinata verso l’Adam’s Peak è punteggiata da piccoli negozi che vendono letteralmente di tutto, dai vestiti più pesanti (i locali sottovalutano spesso la temperatura in cima), ai giocattoli per bambini, agli snack e le medicine ayurvediche.

Come organizzarsi

La soluzione più pratica per organizzare la propria ascesa e hiking all’Adam’s Peak è arrivare a Nallathanni il pomeriggio del giorno prima, ricordandosi di prenotare in anticipo una guesthouse per evitare di dover attendere l’una di notte al tempio o in strada. Dopo una rapida passeggiata nelle strade polverose, la cena può essere prenotata presso la guesthouse. A letto presto e poi partenza alle 2. 

Il pellegrinaggio è gratuito, non ci sono biglietti da pagare, ma non sarà raro trovare presunti monaci o locali alla ricerca di qualche soldo per arrotondare.

Le temperature a queste latitudini non sono mai troppo basse ma è possibile che il vento sia fastidioso, soprattutto a mano a mano che si sale. E’ consigliabile vestirsi con pantaloni da trekking, maglietta tecnica e felpa in pile, che toglierete sicuramente subito dopo l’alba. E’ sufficiente portare un piccolo zaino per gli oggetti più importanti ed eventualmente attrezzatura per la pioggia se il tempo è previsto variabile. I locali normalmente optano per abbigliamento tradizionale o per jeans. Tutti sono rigorosamente in ciabatte infradito o a piedi scalzi.

Una volta in cima, ci si può posizionare sui gradini a sinistra della scalinata di accesso al tempio in attesa dell’alba. Occupato un posto, è consigliabile visitare il tempio sulla vetta lasciando magari il proprio compagno di avventure a tenere il posto guadagnato. Nel tempio si entra ovviamente senza scarpe e senza cappelli.

Al rientro a Nallathanni, dopo la colazione, si può programmare la partenza per la destinazione successiva, poiché la zona non offre molto di più per i turisti internazionali.

Dove alloggiare a Nallathanni

Il villaggio di Nallathanni, ai piedi della vetta, è la soluzione più pratica e meglio servita. E’ punteggiato da guesthouse più o meno spartane attrezzate con camere con o senza bagno privato. Le opzioni per i pasti non mancano ma normalmente ci si può rivolgere alla guesthouse per la cena prima della partenza e la colazione dopo il rientro.

Cosa vedere in Sri Lanka

Lo Sri Lanka è un paese di 21,5 milioni di persone, per la maggior parte singalesi (75%), seguiti da tamil (11%), discendenti arabi (9%), indiani (4%). Seguono al 70% la religione Buddhista, al 13% l’induismo, al 9% l’islam e al 7% il cristianesimo.

Un viaggio in Sri Lanka inizia e finisce sempre a Colombo, una città di mare che però di mare offre poco se non la vista. Per visitarla è sufficiente un giorno scarso soffermandosi sulla zona del Fort (belli i palazzi coloniali recentemente ristrutturati), la zona del mercato di Pettah a Est di Fort e la zona di Union Place e di Church Street, una zona più popolare e vivace e che probabilmente verrà fagocitata dai discutibili cantieri edili aperti un po’ ovunque.

La metà settentrionale dell’isola dello Sri Lanka ospita le spiagge di Jaffna, nell’estremo nord, che meritano un’attenta visita perché meno sfruttate turisticamente del resto (è stato l’ultimo baluardo della guerra civile e quindi è stata aperta al turismo più tardi). Nell’entroterra si trovano invece le città archeologiche di Anuradhapura, Sigiriya e Polonnaruwa, sicuramente di grande impatto. Sulla costa nordorientale, la località più famosa per le spiagge è Trincomalee.

Il centro dell’isola è occupato dall’Hill Country, la zona di produzione massiccia di tè. Il panorama qui è collinare, le temperature sono più miti e l’architettura più inglese. La città principale è Kandy, che merita sicuramente una visita di una giornata. A sud di Kandy, la zona di Nuwara Eliya è la più ricca di piantagioni di tè. Imperdibile poi il tragitto in treno da Haputale a Ella, da dove però conviene ripartire subito per altre destinazioni.

La metà meridionale dell’isola è ricca di parchi nazionali (ce ne sono molti un po’ in tutta l’isola) famosi per i leopardi e gli elefanti. Il parco di Sinharaja permette, a differenza di altri, di  fare un pò di trekking in Sri Lanka e di percorrere dei tratti a piedi nella foresta pluviale, sempre ovviamente con una guida.

La costa meridionale è dedicata al mare. La località principale è la cittadina di Galle, recentemente ristrutturata nella zona del Fort e che merita sicuramente una pausa.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak può essere inserito in un tour della zona centrale, tra Kandy e la zona di Nuwara Eliya, oppure può essere raggiunto direttamente da Colombo.

Viaggiare in Sri Lanka è semplice: la popolazione parla quasi sempre un modesto inglese e i servizi per turisti sono di buona qualità. Gli spostamenti si possono fare in auto con autista o in treno (attenzione ai ritardi!). Trattandosi di un’isola di dimensioni medie, un viaggio di una decina di giorni può essere un buon compromesso.

Breve storia dello Sri Lanka

L’isola dello Sri Lanka iniziò ad essere abitata probabilmente 32.000 anni fa. A parte una prima fase di sviluppo, l’intera storia dello Sri Lanka (prima Ceylon) è segnata dal conflitto e dalla contrapposizione tra singalesi e tamil.

Intorno al 1000 a.C. iniziano a prosperare gli insediamenti singalesi di Anaradhapura. E’ del 200 a.C. invece l’arrivo del buddhismo in Sri Lanka. Dopo Anaradhapura, la capitale fu spostata a Polonnaruwa e vi rimase dal 1000 al 1216. Entrambe le capitali avevano il loro punto di forza su un sistema di irrigazione molto efficiente, paragonabile a quelli iraniani e egiziani. Quando però iniziarono ad avvicendarsi al potere sovrani meno lungimiranti e illuminati, il sistema di irrigazione fu abbandonato e con esso anche la seconda capitale del nord perse di centralità. I singalesi si spostarono gradualmente verso sud e il nord fu occupato dal regno di Jaffna, tamil.

Lo Sri Lanka è stato per molto tempo punto cardine dei commerci marittimi tra oriente e occidente. I primi a sfruttarlo furono gli arabi che vi approdarono nel 1600 portando così anche la fede islamica, insieme a pietre preziose, elefanti e cannella. Nel 1505 fu la volta dei portoghesi, che portarono con sé i religiosi domenicani e gesuiti. Nel 1602 arrivarono gli olandesi che si accaparrarono il monopolio sul commercio delle spezie. Nel 1796 gli olandesi lasciarono i possedimenti in Sri Lanka agli inglesi in cambio di protezione in patria. In sei anni l’isola diventò una colonia britannica. Nel 1830 iniziarono ad arrivare i primi coloni e le piantagioni di gomma e caffè furono sostituite con quelle di tè.

Con la colonizzazione nacquero anche, di riflesso, i movimenti di indipendenza a sfondo religioso (buddhista e induista)

 

 

L’indipendenza fu ottenuta il 4 febbraio 1948 (nel 1947 l’India era divenuta indipendente). Il partito al potere, l’UNP (United National Party), era però un’estensione dei coloni britannici in quanto rappresentava quasi esclusivamente l’élite singalese di lingua inglese. Nel 1956 guadagnò consensi anche l’SLFP (Sri Lankan Freedom Party), a favore del socialismo, del nazionalismo singalese e della religione buddhista. Nel 1970 anche il nome del paese cambiò da Ceylon (nome introdotto dai portoghesi e poi mantenuto da olandesi e inglesi) a Sri Lanka (isola risplendente, in singalese; i singalesi indicavano già l’isola con il nome di Lanka, appunto isola), evidenziando così il ruolo di predominanza del buddhismo.

A metà degli anni ’70 giovani tamil iniziarono a sostenere l’idea di uno stato tamil indipendente con il nome di Eelam (terra preziosa). Questi gruppi si identificavano come Tigri Tamil (LTTE) e tra i loro fondatori più importanti c’era Vellupillai Prabhakaran. La situazione si radicalizzò e si moltiplicarono gli attentati alle forze di polizia e ai civili. Inizia così una guerra civile che sarebbe durata 26 anni. 

Con ancora in corso la guerra civile, soprattutto nella zona più settentrionale, il 26 dicembre 2004 si abbatté sullo Sri Lanka il più distruttivo tsunami degli ultimi decenni. Le vittime furono 30.000, senza considerare gli sfollati, gli orfani e i feriti. La gestione degli aiuti fu controversa e l’evento, che poteva costituire nella sua drammaticità un’opportunità di pacificazione nazionale, fu sprecata.

Dopo vari tentativi di cessate il fuoco andati a vuoto, nel 2008 l’esercito dello Sri Lanka mise in atto una violenta rappresaglia contro l’LTTE e riconquistò il 99% del territorio prima controllato dalle Tigri Tamil, ormai confinate in una ristretta zona nord-orientale dell’isola. Nel maggio 2009 l’esercito regolare conquistò anche l’ultima striscia di terra e accerchiò le ultime centinaia di combattenti tamil. Finì così una guerra civile che aveva causato oltre 100.000 vittime e che ha instillato nel paese problemi di dimensioni epocali. 

La guerra ha di fatto impedito quasi tre decenni di sviluppo economico, sociale e industriale, rendendo il paese arretrato dal punto di vista infrastrutturale e dipendente da potenze esterne (prima tra tutti la Cina). Ci vorrà ancora molto tempo prima che lo Sri Lanka si normalizzi ma nel frattempo il turismo, soprattutto quello sostenibile, può sicuramente giocare un ruolo chiave nella crescita locale e nella costruzione di una società autosufficiente.

Link utili

Previsioni atmosferiche per l’Adam’s Peak

Flavia Cusaro & Simone Ciampi
Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.

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