«Dobbiamo andare e non fermarci finché non siamo arrivati» «Dove andiamo?» «Non lo so, ma dobbiamo andare» Il popolo dei viaggiatori è fatto, si sa, di tante sfumature; tra le varie ci sono, ovviamente, i camminatori, ma, in mezzo a loro e al di là, esiste una tonalità cromatica che varia al variare delle emozioni […]

..e poi arriva il momento di rimettersi in cammino

Ci sono molte buone ragioni per mettersi in cammino, ormai è noto a tutti, dallo stare in forma al puro piacere di viaggiare, dal conoscere nuove persone al raggiungere un determinato obiettivo: ogni partenza è sempre accompagnata da grandi desideri e aspirazioni.

Ma quando l’esperienza è finita, cosa accade? Come si procede? Dove si va? Ovviamente non c’è un prosieguo uguale per tutti, almeno in un primo momento: alcuni ritornano alla loro vita abituale, riprendono il lavoro da dove l’avevano lasciato, tornano a sbrigare le faccende domestiche, seguire i figli e i nipoti, giocare a calcetto; altri, invece, trovano l’ispirazione per dare il via a importanti progetti, cambiare occupazione, rifarsi una vita, ognuno sicuramente con un bagaglio più ricco, ma non necessariamente accomunati dallo stesso destino. 

Eppure, nonostante le diverse visioni ed esperienze, arriva per tutti il giorno in cui i piedi iniziano a scalpitare e a chiedere di tornare a muoversi in libertà, senza costrizioni, a contatto con la semplicità delle cose, perché se è vero che, in realtà, non si smette mai di camminare, è altrettanto vero che non sempre ce ne ricordiamo… e fortunatamente c’è un moto interno, indipendente da noi, che ci invita a ripartire.

“La vita è un viaggio da fare a piedi” (Chatwin)

Mai seduti, esortano alcuni Maestri, perché chi non è in cammino rischia di chiudersi al mondo, di perdere lo sguardo sull’orizzonte, di non realizzare i propri sogni; ma non è necessario avanzare velocemente e non godersi le pause, imporsi grandi risultati e non dedicare del tempo al ritiro, l’importante è non perdere il piacere di andare.

Ed, infatti, molte sono le storie di chi ci riprova, ripercorrendo lo stesso tratto di strada o un altro, verso la medesima direzione o una nuova, ma sempre motivato dalla spinta originaria, un istinto che pare venire da lontano, innato. Sia per chi ha percorso parecchi chilometri zaino in spalla, sia per chi si concede qualche passeggiata pomeridiana o un trekking domenicale, prima o poi arriva per tutti il momento di rimettersi in cammino.

In fondo, camminare è il gesto più naturale e più antico che l’uomo utilizza per muoversi e fare esperienza del mondo, quindi è normale che in ognuno di noi si faccia sentire il richiamo a sgranchire le gambe, ad andare fuori, a girovagare, a vivere a pieno.

Ritrovare il senso delle cose

Dal momento della nascita fino a quando ce ne andiamo, ogni nostro attimo scandisce il percorso che abbiamo scelto di intraprendere per cercare di essere felici e dare un senso alla nostra esistenza; è un percorso fatto di passi quotidiani, cadenzati, piccoli e leggeri, ma anche di falcate, salti e improvvisi cambi. 

Rimettersi in  cammino è soffiare via i pesi che si sono di nuovo accumulati, per ritrovare freschezza e nuova linfa, quella strana sensazione di pace che pare quasi irreale, ma anche semplicemente per guardare, toccare e sentire, perché percepire è più importante che “farsi un’idea”, giudicare, pensare che il mondo sia come ce lo hanno descritto altri, per re-imparare a lasciare andare, ricordarci che non abbiamo grande controllo sulle cose, che ogni giorno qualcosa si disfa e qualcosa si crea.

 

Ritorniamo fuori, nella natura, per allungarci un po’ la vita, ma soprattutto per renderla più intensa, per attraversare le strade, girare attorno alle case e cambiare prospettiva, prestare attenzione ai particolari, meravigliarsi di nuovo e continuamente, circondarsi del bello, avvicinarsi all’alto; senza fretta, in ascolto di ogni battito di cuore, di ogni respiro, grati per essere vivi, per i sentimenti, le emozioni, i pensieri che si orientano verso lo straordinario.

Rossella Capetti
Rossella Capetti

Mi chiamo Rossella e, forse non a caso, il rosso è il mio colore preferito, per me rappresenta la passione e l’amore per la vita. Mi piacciono moltissimo anche gli spazi verdi, quelli della natura, dove spesso mi rifugio per rigenerarmi. In realtà, durante il giorno mi lascio avvolgere da tutte le sfumature poiché c’è sempre qualcosa che attira la mia curiosità! Uso la creatività per dare forma alle mie idee, ma ciò che guida i miei passi è principalmente un forte desiderio di spiritualità.Sono sul Cammino della mia auto-realizzazione dal 1980, pesci ascendente scorpione, costantemente immersa nelle acque delle emozioni e delle sensazioni.
Lavoro da diversi anni come consulente nell’ambito della comunicazione, ma oggi sono principalmente impegnata in attività e progetti di crescita personale come Life Coach e Operatrice Olistica.
Amante dei viaggi, dopo l’esperienza sul cammino di Santiago, ho riscoperto il piacere di andare a piedi e oggi non ne posso più fare a meno! Camminare è la mia principale fonte di benessere.

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Recensione “Into The Wild – Nelle Terre Estreme”

Jon Krakauer, nel suo “Into the Wild” racconta la storia del giovane Chris Johnson McCandless che, ad inizio degli anni Novanta, vagabondò nella zona occidentale degli Stati Uniti ed infine in Alaska, alla ricerca di un profondo significato di vita nella natura.

Potrebbe sembrare agli occhi di molti un’avventura dettata dall’impeto giovanile, dalla voglia di ribellione verso la società e la famiglia, finita male perché dominata da inesperienza e da troppa esuberanza… io invece credo sia la storia di un ragazzo dal futuro promettente che decise, con estremo coraggio, di rinunciare alle facile comodità che avrebbe potuto avere pur di dedicarsi alla ricerca di se stesso e di un senso più profondo della vita, scegliendo di partire per un viaggio senza meta né durata che lo avrebbe condotto verso terre inospitali e purtroppo alla morte.

Questo libro, “Into the wild”,  nacque dall’incontro casuale fra la storia di McCandless e Krakauer, allora giornalista, che riportò tutta la faccenda sulla rivista Outside: l’articolo attirò subito grande attenzione negli Stati Uniti. 

In tanti si chiedevano perché un ragazzo di poco più di vent’anni avesse scelto di allontanarsi dalla vita agiata e borghese della sua famiglia (il padre di Chris, Walt, era uno scienziato di punta della Nasa) per addentrarsi nei meandri di un’esistenza senza averi né certezze. 

La giudicavano come una bizza esistenziale, non si capacitavano di una scelta così sciocca ed immatura per loro, non riuscivano ad andare oltre la tragica fine di Chris, non intuivano la potenza del suo viaggio, non coglievano quell’intima ricerca di equilibrio fra uomo e natura.

Successivamente, questa storia divenne un’ossessione vera e propria per Krakauer, che, col passare del tempo, riuscì a rimettere insieme i pezzi di questa vicenda, grazie all’aiuto dei familiari del ragazzo, alle persone che lo incontrarono lungo il percorso e al diario che Chris tenne durante l’ultima sua avventura, regalandoci una delle esperienze di lettura più suggestive ed emozionanti che abbia mai letto.

“C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace nello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in continuo cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso.”

Jon Krakauer

Appena laureato all’Emory College, Chris intraprese il suo viaggio attraverso gli Stati Uniti, prima in macchina e successivamente a piedi e con ogni mezzo di trasporto disponibile, autostop, treni merci, kayak… un vero esteta on the road! 

Non si lasciò intimorire dalle difficoltà, non ebbe paura di rischiare e per questo riuscì sempre a cavarsela egregiamente. Un ragazzo inoltre molto colto e preparato, leggeva i grandi classici della letteratura, da Tolstoj a London, da Thoreau a Pasternak, traendone un proprio credo di vita, una riflessione continua che lo portò a seguire altissimi parametri di giudizio morale sia per se stesso che per gli altri, cosa che inevitabilmente ne inficiò i rapporti sociali, specialmente quello con i suoi genitori.

Chris, durante uno dei suoi viaggi estivi, prima di concludere gli studi, scoprì che sia lui che sua sorella Carine, nacquero al di fuori del matrimonio poiché suo padre era ancora sposato legalmente con la prima moglie. Una mancanza intollerabile di verità che nel corso degli anni fece scoppiare in lui un senso di ribellione fino ad allora tenuto faticosamente a bada. 

Per questo e per tanti altri motivi, scelse appunto di dare un taglio netto alla sua vita, dette tutti i suoi risparmi in beneficienza, bruciò i documenti ed i pochi soldi rimasti e decise che da allora fin quando lo avrebbe ritenuto necessario, avrebbe vissuto alla giornata, seguendo il respiro del suo cuore e della sua mente, sempre lungo la strada.

Si diresse ad Ovest con la sua inseparabile Datsun, ma un inconveniente gli fece abbandonare l’auto e proseguire senza mezzi propri. Lungo il tragitto incontrò alcune persone con le quali riuscì a stringere un rapporto vero di amicizia, pur nascondendosi dietro il nomignolo di Alexander Supertramp, segno di rigetto verso la sua vecchia vita.

In questi due anni di pellegrinaggio quasi ascetico, lavorò e mise un po’ di soldi da parte per comprarsi l’attrezzatura necessaria alla realizzazione del suo grande sogno, l’avventura di tutte le avventure, un vero viaggio “Into the wild”: l’Alaska.

“Due anni lui gira per il mondo: niente telefono, niente piscina, niente cani e gatti, niente sigarette. Libertà estrema, un estremista, un viaggiatore esteta che ha per casa la strada. Così ora, dopo due anni di cammino arriva l'ultima e più grande avventura. L'apogeo della battaglia per uccidere il falso essere interiore, suggella vittoriosamente la rivoluzione spirituale. Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

Christopher McCandless

Non sostò mai per tanto tempo in un posto forse anche per paura di affezionarsi troppo a persone e luoghi e farlo cedere in tentazione di rimandare i suoi progetti; questo penso sia comunque un’altra peculiarità da ammirare in Chris perché aveva sempre il coraggio di rimettersi sulla strada senza timore, riempiendo nuovamente il suo futuro di possibilità. Forse era proprio il fatto di rendersi le cose difficili che lo attirava a proseguire nel suo intento senza lasciarsi soggiogare dal continuo richiamo della società, trovando quasi piacere nelle privazioni quotidiane.

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Non fissarti in un posto, muoviti, sii nomade, conquistati ogni giorno un nuovo orizzonte.”

Ciò che si sprigiona durante il viaggio, parlo di viaggio lento, compiuto con la fatica del proprio corpo e con l’aiuto della propria testa, è un qualcosa di sensazionale che riduce ad un nulla cosmico le iniquità della vita imposta dalla società; le bollette da pagare, i problemi a lavoro, la casa da pulire, le occasioni mancate, diventano neve al sole e la mente si dirige con una lucidità disarmante verso il proprio obiettivo, verso quel proposito che ci ha messo in cammino.

Riportando il discorso su Chris e alla sua avventura “Into the wild”, possiamo magari criticarlo per aver esagerato con la classica frenesia del giovane impaziente di misurarsi con la vita senza conoscerla a fondo, specialmente se si decide di vivere soltanto con ciò che la terra ti offre, soprattutto in una terra estrema come l’Alaska, ma ognuno dovrebbe riconoscergli l’enorme forza d’iniziativa e la bontà d’animo per aver inseguito il proprio sogno ed aver cercato di realizzare un qualcosa nel quale credeva profondamente!

Quanti detrattori possono sostenere altrettanto???

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Da giovane è facile credere che ciò che desideri sia ciò che meriti, è facile convincersi che se davvero vuoi qualcosa, è tuo sacrosanto diritto ottenerla.”

Raggiunse l’Alaska nell’aprile del 1992 e vi restò per cinque mesi circa. Trovò riparo su di un vecchio bus abbandonato, si procurò il cibo cacciando e pescando, raccogliendo bacche, radici e frutti della terra, senza telefono, mappe, orologi e accetta. Per ben cinque mesi sopravvisse alle ferree leggi della natura nelle terre estreme. Comprese ancora di più che la vera felicità non risiede nelle cose materiali ma nel contatto semplice e genuino con il mondo, con la natura selvaggia ed incontaminata, raggiunse l’idea che sia necessaria la piena condivisione con gli altri, perché come sottolineò in un passaggio dei suoi libri “La felicità è reale solo se condivisa”. 

Ipotizziamo che fosse pronto (non possiamo saperlo per certo) a tornare a casa dalla sua famiglia, a perdonare i suoi genitori e magari anche se stesso per tutte quelle incomprensioni e quei litigi che adesso, senza più quel ribollire di rabbia, sembravano futili pretesti per allontanarsi da loro. 

C’è chi raggiunge una certa maturità col passare degli anni e questo avviene per la maggior parte delle persone; c’è chi invece riesce a scorgere prima di altri significati e verità perché è il viaggio stesso ad amplificare la mente e ad allargare gli orizzonti, permettendo appunto a chi sceglie di togliersi magari qualche comodità, di giungere ben prima ad un obiettivo importante nella vita come è quello della consapevolezza.

Riportando il discorso su Chris e alla sua avventura “Into the wild”, possiamo magari criticarlo per aver esagerato con la classica frenesia del giovane impaziente di misurarsi con la vita senza conoscerla a fondo, specialmente se si decide di vivere soltanto con ciò che la terra ti offre, soprattutto in una terra estrema come l’Alaska, ma ognuno dovrebbe riconoscergli l’enorme forza d’iniziativa e la bontà d’animo per aver inseguito il proprio sogno ed aver cercato di realizzare un qualcosa nel quale credeva profondamente!

Quanti detrattori possono sostenere altrettanto???

Credo che l’unico modo per far parte di questo sistema di cose, senza diventare pazzi, sia accettare, anche in piccola parte, quello che il sistema ti offre. 

Faccenda ardua per uno spirito libero, non disposto a scendere a compromessi. Scriverlo in effetti è molto più semplice e meno doloroso che riportarlo nel vissuto.

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”

Christopher McCandless, leggendo Lev Tolstoj

Chris decise allora di fare ritorno alla civiltà, questi due anni di vita libera gli sarebbero serviti per dare forma concreta alle sue aspettative di ormai giovane uomo. 

Purtroppo quando fece ritorno al punto del fiume Teklanika che aveva attraversato pochi mesi prima, il disgelo della neve e dei ghiacciai aveva aumentato la portata del corso d’acqua in maniera impetuosa, non permettendo al giovane di poterlo guadare senza l’inevitabile rischio d’essere trascinato via dalla corrente.

Tornò al bus in attesa di un momento più propizio ma durante le settimane successive per errore raccolse dei semi di patata selvatica non commestibili, molto simili a quelli che usualmente mangiava.

Gli effetti collaterali dell’ingestione di questi frutti velenosi lo porteranno alla denutrizione ed infine alla morte, sopravvenuta a metà agosto di quell’anno. 

Un paio di settimane dopo un gruppo di cacciatori locali, rinverrà la sua salma portando a conoscenza così anche la sua storia.

Krakauer racconta la storia di Chris cercando di perpetrare nel lettore l’indulgenza dei giudizi e pregiudizi al fine di farci realizzare il senso dell’impresa personale del giovane. L’empatia dello scrittore nei confronti del ragazzo (Krakauer è un alpinista e amante della natura selvaggia) gioca forse un ruolo chiave fra le righe del libro, se ne intuisce la passione che è stata messa nella scrittura e la volontà di far risaltare la figura di Chris come un esempio di elevata caratura morale.

Tuttavia l’indole giornalistica permette a Krakauer di mantenersi in perfetto equilibrio fra sentimento e realtà, senza trasbordare in una verve da tifoso nel racconto.

Una lettura, quella di “Into the wild”, che vi consiglio di portarvi dietro nel vostro prossimo viaggio, che vi terrà compagnia e vi farà riflettere su molti aspetti della vita quotidiana.

Inoltre aggiungo di non perdervi la trasposizione cinematografica realizzata da Sean Penn con lo stesso titolo, arricchita dalla colonna sonora di Eddie Vedder, che con le sue tracce musicali innalza ai massimi il livello del film.

Lorenzo Masotti
Lorenzo Masotti

Sono Lorenzo Masotti, 30 anni, toscano doc. Sono stato sempre invaghito da nuovi orizzonti. Adoro camminare nei boschi, a stretto contatto con la Pacha Mama. Mi piace scrivere e fotografare, raccontare e far conoscere le mie esperienze. Ho viaggiato molto in Italia e in diversi paesi europei.

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Pellegrinaggio sull’Adam’s Peak, in Sri Lanka

Un pellegrinaggio sul monte più sacro dello Sri Lanka, l’isola splendente, per scoprire la spiritualità locale e uscire dalle rotte del turismo di massa: l’Adam’s Peak, l’impronta di piede sacro e i suoi 5500 gradini per raggiungerla.

Lo Sri Lanka è un’isola dalle mille opportunità. Ci sono le spiagge tropicali per gli appassionati di mare e per chi è alla ricerca della forma di relax più tradizionale, ci sono i parchi naturali per gli amanti degli animali e della natura, ci sono i siti archeologici per scoprire qualcosa in più di questa isola e poi ci sono i templi. L’aspetto religioso in Sri Lanka è sempre stato particolarmente importante e ha influenzato, nel bene e nel male, la storia dell’isola, anche di recente. La spiritualità è un aspetto molto sentito dalla popolazione e spesso si sovrappongono tradizioni culturali e religiose che creano un mix esotico e affascinante.

Oltre ai templi tradizionali, da quelli in città a quelli sperduti nelle campagne, c’è un luogo prezioso per tutte le religioni rappresentate sull’isola: l’Adam’s Peak. Chiamato in singalese Sri Pada, è una cima di 2243 mslm nella zona centrale dell’isola. Non è la cima più alta dell’isola ma è sicuramente la più importante e visitata. 

La caratteristica che la contraddistingue è una roccia che si dice sia l’impronta di piede sacro. I buddisti ritengono che si tratti dell’impronta di Buddha, gli induisti di Shiva, i musulmani e i cristiani di Adamo. Ne parlò addirittura Marco Polo nel suo Milione. L’impronta (che dà il nome alla cima, letteralmente “Piede Sacro” in sanscrito) misura 1,8 m di lunghezza e si trova sulla vetta, coperta da un tessuto bianco. Intorno a sé è stato costruito l’omonimo tempio dove centinaia di pellegrini ogni giorno lasciano un lumino acceso.

Ascesa e pellegrinaggio all’Adam’s Peak

Distanza: 5,7 km

Altitudine iniziale: 1206 m

Altitudine in cima: 2243 m

Dislivello in ascesa: 1037 m

La vetta si può raggiungere seguendo diversi percorsi, ma quello preferito dai pellegrini passa dal villaggio di Nallathanni. L’ascesa consiste di 5500 gradini e il dislivello è di circa 1000 m.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak, particolarmente caro ai buddisti da più di mille anni, si deve compiere tra dicembre e maggio, quando il clima è migliore. Durante il resto dell’anno la zona non è servita e le piogge non permettono una salita agevole. Il miglior giorno del mese è quello di luna piena (chiamato poya nel calendario lunare buddista, giorno di festa) o durante il capodanno singalese (a metà aprile): in queste occasioni arrivare in cima può essere quasi impossibile per la folla.

L’ascesa si fa durante tutta la giornata ma soprattutto di notte: l’obiettivo in questo caso è arrivare in cima per l’alba. Si sale di solito in 2-3 ore con partenza verso le 2 di notte a seconda della stagione. E’ consigliabile arrivare in cima almeno un’ora prima dell’alba per poter trovare posto sulla piccola scalinata esposta a oriente e ammirare così l’alba. 

Lo spazio in cima è relativamente poco rispetto ai pellegrini e quindi non è raro che gli ultimi ad arrivare non riescano a guadagnare la cima in tempo. Il tempio non è il posto migliore per ammirare l’alba (il muro perimetrale blocca parzialmente la vista). La discesa si completa in 1.5-2 ore. Normalmente si è di ritorno per le 8 di mattina.

La scalinata verso l’Adam’s Peak è punteggiata da piccoli negozi che vendono letteralmente di tutto, dai vestiti più pesanti (i locali sottovalutano spesso la temperatura in cima), ai giocattoli per bambini, agli snack e le medicine ayurvediche.

Come organizzarsi

La soluzione più pratica per organizzare la propria ascesa e hiking all’Adam’s Peak è arrivare a Nallathanni il pomeriggio del giorno prima, ricordandosi di prenotare in anticipo una guesthouse per evitare di dover attendere l’una di notte al tempio o in strada. Dopo una rapida passeggiata nelle strade polverose, la cena può essere prenotata presso la guesthouse. A letto presto e poi partenza alle 2. 

Il pellegrinaggio è gratuito, non ci sono biglietti da pagare, ma non sarà raro trovare presunti monaci o locali alla ricerca di qualche soldo per arrotondare.

Le temperature a queste latitudini non sono mai troppo basse ma è possibile che il vento sia fastidioso, soprattutto a mano a mano che si sale. E’ consigliabile vestirsi con pantaloni da trekking, maglietta tecnica e felpa in pile, che toglierete sicuramente subito dopo l’alba. E’ sufficiente portare un piccolo zaino per gli oggetti più importanti ed eventualmente attrezzatura per la pioggia se il tempo è previsto variabile. I locali normalmente optano per abbigliamento tradizionale o per jeans. Tutti sono rigorosamente in ciabatte infradito o a piedi scalzi.

Una volta in cima, ci si può posizionare sui gradini a sinistra della scalinata di accesso al tempio in attesa dell’alba. Occupato un posto, è consigliabile visitare il tempio sulla vetta lasciando magari il proprio compagno di avventure a tenere il posto guadagnato. Nel tempio si entra ovviamente senza scarpe e senza cappelli.

Al rientro a Nallathanni, dopo la colazione, si può programmare la partenza per la destinazione successiva, poiché la zona non offre molto di più per i turisti internazionali.

Dove alloggiare a Nallathanni

Il villaggio di Nallathanni, ai piedi della vetta, è la soluzione più pratica e meglio servita. E’ punteggiato da guesthouse più o meno spartane attrezzate con camere con o senza bagno privato. Le opzioni per i pasti non mancano ma normalmente ci si può rivolgere alla guesthouse per la cena prima della partenza e la colazione dopo il rientro.

Cosa vedere in Sri Lanka

Lo Sri Lanka è un paese di 21,5 milioni di persone, per la maggior parte singalesi (75%), seguiti da tamil (11%), discendenti arabi (9%), indiani (4%). Seguono al 70% la religione Buddhista, al 13% l’induismo, al 9% l’islam e al 7% il cristianesimo.

Un viaggio in Sri Lanka inizia e finisce sempre a Colombo, una città di mare che però di mare offre poco se non la vista. Per visitarla è sufficiente un giorno scarso soffermandosi sulla zona del Fort (belli i palazzi coloniali recentemente ristrutturati), la zona del mercato di Pettah a Est di Fort e la zona di Union Place e di Church Street, una zona più popolare e vivace e che probabilmente verrà fagocitata dai discutibili cantieri edili aperti un po’ ovunque.

La metà settentrionale dell’isola dello Sri Lanka ospita le spiagge di Jaffna, nell’estremo nord, che meritano un’attenta visita perché meno sfruttate turisticamente del resto (è stato l’ultimo baluardo della guerra civile e quindi è stata aperta al turismo più tardi). Nell’entroterra si trovano invece le città archeologiche di Anuradhapura, Sigiriya e Polonnaruwa, sicuramente di grande impatto. Sulla costa nordorientale, la località più famosa per le spiagge è Trincomalee.

Il centro dell’isola è occupato dall’Hill Country, la zona di produzione massiccia di tè. Il panorama qui è collinare, le temperature sono più miti e l’architettura più inglese. La città principale è Kandy, che merita sicuramente una visita di una giornata. A sud di Kandy, la zona di Nuwara Eliya è la più ricca di piantagioni di tè. Imperdibile poi il tragitto in treno da Haputale a Ella, da dove però conviene ripartire subito per altre destinazioni.

La metà meridionale dell’isola è ricca di parchi nazionali (ce ne sono molti un po’ in tutta l’isola) famosi per i leopardi e gli elefanti. Il parco di Sinharaja permette, a differenza di altri, di  fare un pò di trekking in Sri Lanka e di percorrere dei tratti a piedi nella foresta pluviale, sempre ovviamente con una guida.

La costa meridionale è dedicata al mare. La località principale è la cittadina di Galle, recentemente ristrutturata nella zona del Fort e che merita sicuramente una pausa.

Il pellegrinaggio all’Adam’s Peak può essere inserito in un tour della zona centrale, tra Kandy e la zona di Nuwara Eliya, oppure può essere raggiunto direttamente da Colombo.

Viaggiare in Sri Lanka è semplice: la popolazione parla quasi sempre un modesto inglese e i servizi per turisti sono di buona qualità. Gli spostamenti si possono fare in auto con autista o in treno (attenzione ai ritardi!). Trattandosi di un’isola di dimensioni medie, un viaggio di una decina di giorni può essere un buon compromesso.

Breve storia dello Sri Lanka

L’isola dello Sri Lanka iniziò ad essere abitata probabilmente 32.000 anni fa. A parte una prima fase di sviluppo, l’intera storia dello Sri Lanka (prima Ceylon) è segnata dal conflitto e dalla contrapposizione tra singalesi e tamil.

Intorno al 1000 a.C. iniziano a prosperare gli insediamenti singalesi di Anaradhapura. E’ del 200 a.C. invece l’arrivo del buddhismo in Sri Lanka. Dopo Anaradhapura, la capitale fu spostata a Polonnaruwa e vi rimase dal 1000 al 1216. Entrambe le capitali avevano il loro punto di forza su un sistema di irrigazione molto efficiente, paragonabile a quelli iraniani e egiziani. Quando però iniziarono ad avvicendarsi al potere sovrani meno lungimiranti e illuminati, il sistema di irrigazione fu abbandonato e con esso anche la seconda capitale del nord perse di centralità. I singalesi si spostarono gradualmente verso sud e il nord fu occupato dal regno di Jaffna, tamil.

Lo Sri Lanka è stato per molto tempo punto cardine dei commerci marittimi tra oriente e occidente. I primi a sfruttarlo furono gli arabi che vi approdarono nel 1600 portando così anche la fede islamica, insieme a pietre preziose, elefanti e cannella. Nel 1505 fu la volta dei portoghesi, che portarono con sé i religiosi domenicani e gesuiti. Nel 1602 arrivarono gli olandesi che si accaparrarono il monopolio sul commercio delle spezie. Nel 1796 gli olandesi lasciarono i possedimenti in Sri Lanka agli inglesi in cambio di protezione in patria. In sei anni l’isola diventò una colonia britannica. Nel 1830 iniziarono ad arrivare i primi coloni e le piantagioni di gomma e caffè furono sostituite con quelle di tè.

Con la colonizzazione nacquero anche, di riflesso, i movimenti di indipendenza a sfondo religioso (buddhista e induista)

 

 

L’indipendenza fu ottenuta il 4 febbraio 1948 (nel 1947 l’India era divenuta indipendente). Il partito al potere, l’UNP (United National Party), era però un’estensione dei coloni britannici in quanto rappresentava quasi esclusivamente l’élite singalese di lingua inglese. Nel 1956 guadagnò consensi anche l’SLFP (Sri Lankan Freedom Party), a favore del socialismo, del nazionalismo singalese e della religione buddhista. Nel 1970 anche il nome del paese cambiò da Ceylon (nome introdotto dai portoghesi e poi mantenuto da olandesi e inglesi) a Sri Lanka (isola risplendente, in singalese; i singalesi indicavano già l’isola con il nome di Lanka, appunto isola), evidenziando così il ruolo di predominanza del buddhismo.

A metà degli anni ’70 giovani tamil iniziarono a sostenere l’idea di uno stato tamil indipendente con il nome di Eelam (terra preziosa). Questi gruppi si identificavano come Tigri Tamil (LTTE) e tra i loro fondatori più importanti c’era Vellupillai Prabhakaran. La situazione si radicalizzò e si moltiplicarono gli attentati alle forze di polizia e ai civili. Inizia così una guerra civile che sarebbe durata 26 anni. 

Con ancora in corso la guerra civile, soprattutto nella zona più settentrionale, il 26 dicembre 2004 si abbatté sullo Sri Lanka il più distruttivo tsunami degli ultimi decenni. Le vittime furono 30.000, senza considerare gli sfollati, gli orfani e i feriti. La gestione degli aiuti fu controversa e l’evento, che poteva costituire nella sua drammaticità un’opportunità di pacificazione nazionale, fu sprecata.

Dopo vari tentativi di cessate il fuoco andati a vuoto, nel 2008 l’esercito dello Sri Lanka mise in atto una violenta rappresaglia contro l’LTTE e riconquistò il 99% del territorio prima controllato dalle Tigri Tamil, ormai confinate in una ristretta zona nord-orientale dell’isola. Nel maggio 2009 l’esercito regolare conquistò anche l’ultima striscia di terra e accerchiò le ultime centinaia di combattenti tamil. Finì così una guerra civile che aveva causato oltre 100.000 vittime e che ha instillato nel paese problemi di dimensioni epocali. 

La guerra ha di fatto impedito quasi tre decenni di sviluppo economico, sociale e industriale, rendendo il paese arretrato dal punto di vista infrastrutturale e dipendente da potenze esterne (prima tra tutti la Cina). Ci vorrà ancora molto tempo prima che lo Sri Lanka si normalizzi ma nel frattempo il turismo, soprattutto quello sostenibile, può sicuramente giocare un ruolo chiave nella crescita locale e nella costruzione di una società autosufficiente.

Link utili

Previsioni atmosferiche per l’Adam’s Peak

Flavia Cusaro & Simone Ciampi
Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.

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Il cammino inglese parte da Ferrol, più precisamente dall’antico porto medievale di As Curuxeiras, che inizialmente usato come porto di fortuna in caso di forte maltempo, vide dal XII secolo lo sbarco di numerosi pellegrini.

Il Taccuino di viaggio

Non puoi partire per una nuova avventura senza portare con te il taccuino di viaggio dove poter scarabocchiare o scrivere i tuoi appunti che potrai leggere e rileggere col passare del tempo.

Il classico e piccolo taccuino di viaggio non passa mai di moda: dal Medioevo fino ai giorni nostri, artisti, intellettuali, esploratori e viandanti hanno utilizzato questo strumento per tenere traccia dei loro movimenti, annotando tutto ciò che, da diversi punti di vista, attirava la loro attenzione.

Inizialmente adoperati con un approccio metodico, come quaderni dove prendere nota di particolari edifici, dettagli costruttivi e paesi visitati, con il Rinascimento diventano una raccolta di osservazioni, studi e annotazioni a sostegno del nascente umanesimo, per lasciare spazio, poi, nel Settecento, importante passaggio di trasformazione sociale, alla descrizione di scene urbane e paesaggi. 

Un crescente sviluppo che trova il suo apice espressivo nel XVII secolo quando, col diffondersi del Grand Tour (l’itinerario culturale nella bella Italia, considerato momento irrinunciabile della formazione di qualsiasi pittore, scrittore o giovane di nobile famiglia) nacque il carnet de voyage: un nuovo modo di raccontare le proprie esperienze fatto di schizzi ed acquerelli, atmosfere suggestive e scorci pittoreschi, angoli esotici e cieli tempestosi, realizzato sia per studiare opere e monumenti che per poterne conservare la memoria e l’emozione.

Un taccuino di viaggio, tante sfumature

Un mondo vario ed affascinante, ricco di spunti e ispirazioni, che unisce la scrittura all’arte, la grafia al disegno e dà vita a bozzetti, descrizioni, poesie, diari, notes d’appunti, giornali di bordo. Una sintesi di emozioni e di ricordi, di immagini, colori e sfumature che narrano di costumi e tradizioni lontane, strade polverose e città abbandonate, porti, fermate e aree di ritrovo, sguardi e narrazioni, una collezione di avventure e scoperte.

Da Van Gogh a Picasso, da Hemingway a Chatwin, infinite pagine di quadernetti hanno raccolto storie, impressioni e suggestioni di uomini e luoghi che continuano tuttora a far sognare appassionati di arte, lettura e viaggi: numerosi sono infatti i libri pubblicati che ne testimoniano il valore artistico e culturale.

Il taccuino di viaggio rappresenta una forma espressiva, intima o pubblica, che non ha perso fascino nemmeno con l’avvento delle macchine fotografiche e della tecnologia e che, ai giorni nostri, viene ben interpretata dagli urban sketchers, camminatori di città che si soffermano a disegnare all’aperto, sui loro pezzi di carta, afferrando attimi e visioni.

Perché tenere un diario di viaggio

Esistono molti modi di viaggiare e molte destinazioni, ma c’è un comune denominatore che unisce tutti i viaggiatoti: il ricordo. Chi di voi, infatti, indipendentemente dalla meta e dalla modalità, non ha il desiderio di serbar memoria dei momenti che vive e dei luoghi che visita? Chi di voi, durante i suoi spostamenti, non raccoglie fotografie, souvenir o piccoli oggetti da portare a casa?

Niente come il taccuino di viaggio può aiutarvi a tenere traccia dei vostri ricordi, in tutte le loro forme, soprattutto se amate il viaggio lento, ascoltate i vostri sensi, volete allenare la creatività, oltre che dare continuità e significato alle esperienze fatte.  

Il taccuino di viaggio è:

  • -un compagno fidato che raccoglie ogni piccola confidenza, dalla gioia dell’arrivo alla tristezza della partenza
  • -una piccola guida che traduce ciò che lo sguardo coglie, da rileggere o condividere con gli amici al ritorno
  • -un tesoro di cose preziose, da tenere custodite
  • -un esercizio di riflessione sul proprio percorso personale, sulle opportunità, le difficoltà e gli insegnamenti
  • -un collage di biglietti, menu di ristorante, fiori, foglie e conchiglie
  • -un insieme di fogli sparsi, in libertà
  • -un’opera d’arte.

Cosa aspetti? Inizia ora a scrivere il tuo racconto disegnando il tuo prossimo viaggio! 

Rossella Capetti
Rossella Capetti

Mi chiamo Rossella e, forse non a caso, il rosso è il mio colore preferito, per me rappresenta la passione e l’amore per la vita. Mi piacciono moltissimo anche gli spazi verdi, quelli della natura, dove spesso mi rifugio per rigenerarmi. In realtà, durante il giorno mi lascio avvolgere da tutte le sfumature poiché c’è sempre qualcosa che attira la mia curiosità! Uso la creatività per dare forma alle mie idee, ma ciò che guida i miei passi è principalmente un forte desiderio di spiritualità.Sono sul Cammino della mia auto-realizzazione dal 1980, pesci ascendente scorpione, costantemente immersa nelle acque delle emozioni e delle sensazioni.
Lavoro da diversi anni come consulente nell’ambito della comunicazione, ma oggi sono principalmente impegnata in attività e progetti di crescita personale come Life Coach e Operatrice Olistica.
Amante dei viaggi, dopo l’esperienza sul cammino di Santiago, ho riscoperto il piacere di andare a piedi e oggi non ne posso più fare a meno! Camminare è la mia principale fonte di benessere.

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Riflessologia in cammino: una tecnica, molti benefici

Tecnica antichissima, oggi indiscussa terapia di benessere, la riflessologia plantare si basa sul riequilibrare le energie del nostro corpo attraversa il massaggio e la pressione su alcuni punti del piede. La riflessologia in cammino diventa così uno straordinario strumento di benessere.

La riflessologia plantare è una pratica antichissima che si basa sul massaggio e la stimolazione dei piedi. Nata in maniera spontanea attorno al 3000 a.C., è stata nel tempo approfondita e studiata fino ad arrivare, nei primi anni del Novecento, ad essere sperimentata e teorizzata come vera e propria terapia del benessere. Grazie ad una particolare tecnica di digitopressione, che sfrutta il movimento del pollice, è possibile riequilibrare l’energia all’interno del nostro corpo, inviando importanti input a organi e apparati e promuovendone l’autoguarigione. Secondo le ricerche effettuate, infatti, sulla pianta del piede e in alcune zone del dorso, è stata individuata una sorta di mappa che indica quali punti trattare in base al sintomo o problema manifesto. In particolare, gli organi centrali, come colonna vertebrale e stomaco, si riflettono metà su un piede e metà sull’altro; quelli di destra (fegato, cistifellea, colon ascendente, appendice) sul piede corrispondente e così anche quelli di sinistra (cuore, colon discendente, intestino retto e milza); gli organi doppi, come ad esempio i polmoni e i reni, sono su entrambi i lati; le cinque dita rispecchiano il viso e la testa.

I benefici della riflessologia in cammino

La riflessologia plantare può essere molto utile quando si è in cammino proprio perché porta sollievo ad una parte fondamentale del corpo che viene continuamente sollecitata e che, allo stesso tempo, può dare indicazione rispetto a qualche eventuale squilibrio in altre zone.

I principali benefici che si possono ottenere sono:

  • Rilassamento: chi non desidera alleggerire i piedi stanchi e sciogliere le tensioni dopo aver macinato chilometri? Un leggero massaggio è l’ideale per stimolare la produzione di endorfine e abbandonarsi serenamente al riposo.
  • Miglioramento della circolazione linfatica e sanguigna: favorire il fluire dei liquidi e l’ossigenazione è fondamentale per smaltire l’acido lattico ed essere pronti e scattanti per la tappa successiva
  • Attenuazione dei dolori: grazie ai recettori presenti sul piede, direttamente collegati al sistema nervoso, mal di testa, schiena o collo, problemi gastro-intestinali, ansia e morsa allo stomaco possono trovare un po’ di pace 
  • Depurarazione: agendo sugli organi emuntori, ovvero quelli deputati all’eliminazione delle tossine, è possibile evitare un eccessivo accumulo di sostanze nocive

Il massaggio nella riflessologia plantare

Anche se spesso non prestiamo attenzione ai nostri piedi, prendersene cura è davvero fondamentale, visto l’importante funzione di sostegno che hanno per l’intero corpo, soprattutto dopo un’intensa attività fisica. Ecco quindi che la riflessologia in cammino può venirci in soccorso!

È buona cosa per chiunque dedicare un po’ di tempo al massaggio di questa parte, sia auto trattandosi sia con l’aiuto del partner o di un amico. Un impegno di 15 minuti può essere sufficiente per donare un po’ di benessere, senza provocare danni, anche per mani non esperte. Le uniche avvertenze sono per chi ha la febbre o infiammazioni in stato acuto, micosi, gravidanza oppure in caso di gravi patologie, malattie mentali, degenerative o si è a rischio trombi ed emboli.

Per un effetto rilassante, dopo aver scaldato il piede con un leggero strofinamento, è consigliabile  iniziare dalla zona laterale interna e spostarsi fino all’alluce con un movimento del pollice a “lombrico”, avanti e indietro, o delle pressioni, per sciogliere le tensioni di colonna vertebrale e testa.

Successivamente o in alternativa è possibile poi concentrarsi sulle altre dita, in particolare su melluce e trillice, per alleggerire la pesantezza degli occhi, sul tallone, dall’esterno verso l’interno in diagonale, per migliorare la condizione degli arti inferiori o nelle zone interne dove sono presenti i vari organi.

I piedi sono altamente sensibili: su ognuno di essi sono presenti 7.200 terminali nervosi; è importante, quindi, iniziare con un tocco delicato e aumentare progressivamente la pressione in base alle reazioni e sensazioni o di chi si sta massaggiando.

Rossella Capetti
Rossella Capetti

Mi chiamo Rossella e, forse non a caso, il rosso è il mio colore preferito, per me rappresenta la passione e l’amore per la vita. Mi piacciono moltissimo anche gli spazi verdi, quelli della natura, dove spesso mi rifugio per rigenerarmi. In realtà, durante il giorno mi lascio avvolgere da tutte le sfumature poiché c’è sempre qualcosa che attira la mia curiosità! Uso la creatività per dare forma alle mie idee, ma ciò che guida i miei passi è principalmente un forte desiderio di spiritualità.Sono sul Cammino della mia auto-realizzazione dal 1980, pesci ascendente scorpione, costantemente immersa nelle acque delle emozioni e delle sensazioni.
Lavoro da diversi anni come consulente nell’ambito della comunicazione, ma oggi sono principalmente impegnata in attività e progetti di crescita personale come Life Coach e Operatrice Olistica.
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I migliori 5 trekking in Indonesia

Ascesa al Monte Rijani, sentieri nell’isola di Komodo, o ancora l’alba sul Monte Batur, a Bali, sono solo alcuni dei 5 migliori trekking in Indonesia, scelti non solo per la loro straordinaria bellezza ma per l’unicità che questi luoghi rappresentano

L’Indonesia è una sorta di ponte tra l’emisfero boreale e quello australe. Vista da lì, anche l’Australia non sembra poi così lontana! Questa caratteristica si riflette molto sulla cultura, sullo stile di vita e sulla natura indonesiani.

L’Indonesia è un paese insulare composto da più di 17.000 isole per un totale di 108.000 km di spiagge. Le distese di sabbia possono diventare fin troppo affollate in certi periodi dell’anno, ma Maluku, Nusa Tenggara e Sulawesi offrono ancora località più isolate e meno frequentate. E poi ci sono i vulcani, tanto temuti per i danni che hanno causato nel tempo ma anche tanto importanti nell’evoluzione geografica della zona. Dei 400 vulcani indonesiani, più di 130 sono attivi, senza contare i vulcani subacquei. Alcuni vulcani sono accessibili: a Java è possibile visitare il Bromo-Tengger-Semeru National Park e il Ijen Crater, a Lombok c’è il Mount Rinjani e a Bali il Mount Batur.

Essendo frammentato in così tante isole, di tutte le dimensioni, il paese è politicamente diviso in regioni che comprendono a loro volta più province. Sumatra, ad esempio, è una delle più popolose (40 milioni di abitanti); è anche molto ricca di specie animali in pericolo come gli elefanti, i rinoceronti e le tigri. Il Kalimantan ospita invece nelle sue fitte foreste comunità di oranghi. Java è la regione che include la capitale indonesiana, Jakarta, e offre località turisticamente molto gettonate come Yogyakarta, Borobudur e Prambanan. La regione più famosa per la sua accoglienza, per i paesaggi di altura e per le immersioni è invece sicuramente Bali. Non bisogna dimenticare poi i draghi di Komodo della regione Nusa Tenggara e le impenetrabili foreste di Maluku e della Papua.

L’Indonesia è una destinazione preziosissima per gli amanti della natura selvaggia. Ospita alcune delle foreste tropicali più estese al mondo, regno degli oranghi e di altri primati, oltre che di specie in estinzione come il rinoceronte di Java e le tigri. Senza dimenticare le specie di uccelli, uniche al mondo. Per questo l’UNESCO ha riconosciuto l’unicità di alcune delle foreste più ricche di flora e fauna e le ha insignite del titolo di Patrimonio dell’Umanità: il Ujung Kulon National Park (Java) e il Tropical Rain Forest Heritage (Sumatra, formato da Bukit Barisan Selatan National Park, Gunung Leuser National Park e Kerinci Seblat National Park).

Il periodo migliore dell’anno per visitare e fare trekking in Indonesia è la primavera-estate, da Aprile a Ottobre. Trattandosi di un paese equatoriale, le temperature si mantengono elevate durante tutto l’anno ma le piogge sono stagionali e si concentrano soprattutto tra Novembre e Marzo, soprattutto nel sud del paese.

Nonostante l’Indonesia sia famosa in tutto il mondo per le sue spiagge, per le immersioni e per l’accoglienza delle sue strutture turistiche, sono molte anche le opzioni di trekking che permettono di raggiungere zone meno turistiche, punti panoramici unici e luoghi dalla natura incontaminata. Qui di seguito alcune idee di percorsi per un viaggio in Indonesia unico.

Monte Rinjani

Il Monte Rinjani (3726 mslm) è il secondo più alto vulcano dell’Indonesia (dopo il Monte Kerinci a Sumatra) e si trova sull’isola di Lombok, all’interno del Gunung Rinjani National Park. Offre la possibilità di un trekking di 2-3-4 giorni piuttosto esigente ma dalle vedute mozzafiato: foreste, cascate, laghi e vallate vulcaniche! Questo trekking in Indonesia richiede impegno e preparazione. Per poterlo affrontare in sicurezza, è opportuno rivolgersi a guide autorizzate, che vi sapranno aiutare anche per i pernottamenti e i pasti.

I trekking più apprezzati sono quelli da 3 giorni/2 notti. Alcune agenzie propongono trekking di 4 giorni/3 notti ma in questo caso i tempi morti sono molti. Per chi ha meno tempo a disposizione è possibile optare per un trekking di 2 giorni/1 notte: in questo caso però lo sforzo fisico è maggiore e quindi bisogna partire molto preparati.

L’obiettivo è ovviamente la cima, coperta con terriccio vulcanico nero, e il Lago Segara Anak, alla base del cratere. Al lato del lago sbuffi di fumo fuoriescono dal Monte Barujari, un vulcano ancora attivo. In alternativa, è possibile valutare l’idea di un trekking di 2 giorni/1 notte più semplice: non si arriva alla cima del Monte Rinjani ma solo al cratere.

Il percorso va dal villaggio di Sembalun al villaggio di Senaru. E’ consigliabile iniziare a Sembalun perché il tratto di collegamento al villaggio, sabbioso e scivoloso, in questo modo si affronta in ascesa e sarebbe invece molto più difficile da percorrere in discesa. Esiste la possibilità di ascendere al Monte Rinjani anche da Aik Berik e da Torean, ma in questo caso si tratta di percorsi ancora meno battuti e quindi molto complicati.

Il trekking del primo giorno inizia normalmente molto presto, quindi è opportuno prevedere una notte a Sembalun. Il percorso inizia con un tratto di 8 km e un’ascesa dai 1500 m: il grosso dell’ascesa però avviene nei secondi 4 km, così ripidi che si avanza a circa 1 km all’ora. Il terreno non è battuto e quindi l’avanzamento è reso più difficoltoso da rocce e sabbia.

Il secondo giorno di trekking inizia di notte, in modo da poter raggiungere la cima per l’alba. L’ascesa in questo caso è di 1000 m e le basse temperature non aiutano. Una volta arrivati in cima, inizia la discesa, ovviamente ripida.

Inutile aggiungere che è altamente consigliato rivolgersi a guide autorizzate per poter affrontare il trekking nella maniera più sicura. Inoltre questo garantisce alcuni confort di base come una cucina da campo degna di questo nome, tende per la notte e bagni-tende (non ci sono alberi su un vulcano!) L’agenzia può organizzare anche la fornitura e il trasporto dei sacchi a pelo, ma questo dettaglio può essere gestito in base alle esigenze di ciascuno. Il campeggio sul cratere è tutto meno che solitario, ma questo può rivelarsi piacevole.

In cima le temperature sono sempre molto basse (intorno ai 5 gradi durante la stagione più calda), quindi portare l’attrezzatura adeguata per evitare brutte sorprese

Mount Semeru

Un altro percorso di trekking in Indonesia molto apprezzato è l’ascesa al Monte Semeru (3676 mslm), la montagna più alta di Java. Questo monte è il più attivo vulcano dell’Indonesia e quindi le esplosioni di cenere avvengono con una frequenza che va dai 10 ai 20 minuti! I panorami sono mozzafiato e particolarmente d’effetto è il Lago Ranu Kumbolo, di un azzurro turchese unico.

I trekking proposti di solito sono di 2 giorni/1 notte ma alcune agenzie propongono trekking di 3 giorni/2 notti. Come nel caso del Monte Rinjani, i trekking sono identici per quanto riguarda il percorso, quello che cambia è il tempo passato in cima approfittando del panorama.

Il percorso inizia dal villaggio di Ranu Pani (2100 mslm) dove è consigliabile trascorre la notte prima del trekking per poter partire la mattina presto. L’obiettivo del primo giorno è il Kali Mati Base Camp. Il percorso in questo caso è semplice e non richiede particolari attenzioni. Lungo il percorso sono in vendita snack e rifornimenti di acqua.

Il secondo giorno, come spesso accade, inizia di notte. L’obiettivo anche in questo caso è raggiungere la cima per l’alba. L’ascesa è di circa 6 ore perché il passo è rallentato dal terreno in ascesa e sdrucciolevole. Poiché il terreno è molto sabbioso, è consigliabile proteggere la bocca e il naso con una maschera o una bandana.

Anche in questo caso è altamente incoraggiato intraprendere il trekking con una guida autorizzata, che si occuperà anche dei pasti. Poiché si tratta di un trekking piuttosto breve, è possibile evitare i portantini e la cucina da campo, ma in ogni caso è necessario attrezzarsi con tende e sacchi a pelo.

Kawah Ijen

Il cratere Kawah Ijen (2148 mslm) si trova a Java e offre un’esperienza unica, benché si tratti di un trekking breve e realizzabile in appena una notte. L’obiettivo? Un lago che emette vapori sulfurei visibili nel buio!

Il percorso inizia dal campo base di Paltuding e consiste in un percorso di poco più di 3 km in ascesa che porta al lago di Kawah Ijen, dal colore blu-verde. Normalmente si impiegano circa 2 ore per raggiungere la meta sia per il grado di inclinazione del percorso, sia perché si procede al buio. E’ indispensabile, per poter vedere le fiamme blu, arrivare prima dell’alba, quando i vapori sono ancora visibili. La partenza è di solito intorno alle 2 di notte, ma l’orario può cambiare in base alla stagione. Il cammino passa per miniere di zolfo dove operai con maschere molto approssimative scavano zolfo per una paga sicuramente non equivalente allo sforzo e ai rischi che corrono.

Nonostante il motivo per cui si arriva fino a qui siano i vapori di zolfo, anche l’alba lascia un ricordo indelebile, colorato di rosa e violetto. Trattandosi di gas sulfurei, è sottinteso che bisogna attrezzarsi adeguatamente con maschere anti-gas, da richiedere all’agenzia che organizzerà il trekking. I fumi e le fiammate sono il risultato del contatto dei gas con l’ossigeno: il risultato è tanto bello quando puzzolente…! Alcuni gas condensano e si convertono in zolfo liquido che può ricordare la lava. E’ un’esperienza unica che però deve essere intrapresa solo da chi si sente in perfetta forma, senza problemi di respirazione, attacchi di panico o ansia: camminare in un cratere, di notte, non è una cosa per tutti ed è bene che ciascuno valuti attentamente l’opportunità. E’ inoltre importante ricordare che in caso di situazioni imprevedibili (nuvole di gas troppo dense, condizioni meteorologiche avverse, frane), sarà necessario annullare. Entrare nel cratere non è indispensabile: se non vi entusiasma l’idea, le fiamme sono visibili anche dall’alto. Il lago è acido, nel senso che è colmo di acido solforico e cloridrico; è molto caldo: evitate ogni contatto. Non è indispensabile raggiungere il lago, valutate voi sul momento se ve la sentite.

Si impiegano circa 2 ore per rientrare alla base.

Il percorso è relativamente semplice da seguire, soprattutto il rientro di giorno, e quindi una guida non sarebbe necessaria, almeno da questo punto di vista. I rischi legati però allo zolfo rendono quasi indispensabile avere con sé una persona con esperienza che sappia anticipare alcune situazioni potenzialmente pericolose e sappia agire in caso di necessità.

Il periodo migliore per vivere questa esperienza di trekking in Indonesia va da Aprile a Ottobre quando il tempo è secco. Il resto dell’anno è altamente sconsigliato a causa delle piogge.

Alla ricerca dei draghi di Komodo

Il Komodo National Park è il regno degli omonimi draghi, grandi lucertole carnivore endemiche in questa zona che ogni anno richiamano migliaia di turisti. Si tratta di creature quasi mitologiche che renderanno la vostra esperienza unica e irripetibile. Il parco è composto da 3 isole, Komodo, Rinca e Padar, e ognuna offre soluzioni diverse. Il parco è raggiungibile in barca da Labuan Bajo in circa 2 ore. Questa località è dotata di alloggi turistici e altri servizi. 

Isola di Komodo: è la più grande e la più affollata di turisti. Dalla biglietteria partono diversi percorsi a piedi pensati per il turismo di massa ma comunque meritevoli se non si ha a disposizione molto tempo. L’isola offre però un trekking alternativo meno battuto che consiste nell’ascesa del Monte Ara. Il percorso si completa in 4-8 ore, a seconda delle deviazioni scelte. L’isola comprende anche una bella spiaggia dalle tonalità rosa, colore dato dai frammenti di corallo, e una barriera corallina a bassa profondità adatta allo snorkeling.

Isola di Rinca: è un’isola meno turistica e per questo più adatta per avvistare i draghi nel loro ambiente naturale. Il percorso è guidato da due ranger (uno di fronte al gruppo e uno in coda) che hanno il compito di rendere l’esperienza sicura e piacevole. Per questo motivi vengono impartite alcune regole base di comportamento: rimanere sul percorso, non fissare i lucertoloni e tenere la testa bassa se ci si trova di fronte a essi. Gli animali possono reagire se sentono l’odore del sangue, quindi prestate la dovuta attenzione. Detto questo, il percorso è molto piacevole e i draghi che si incontrano nella natura sono normalmente pacifici e ignorano i visitatori. Trattandosi di un percorso guidato, non supera di solito le due ore ma è comunque un’esperienza molto appagante e interessante. Il terreno è battuto e quindi non presenta particolari difficoltà. Le temperature possono essere elevate, così come l’umidità.

Isola Padar: è anche questa un’isola meno turistica di Komodo e quindi più tranquilla. In aggiunta ai draghi, anche Padar offre una spiaggia rosa e una barriera corallina per un’interessante esperienza di snorkeling.

Monte Batur

L’ascesa al Monte Batur è l’ultima della nostra lista dei migliori trekking in Indonesia. 

Non si può parlare di Indonesia senza parlare di Bali. Oltre alle spiagge e agli eccellenti alloggi in altura, Bali offre anche la possibilità di raggiungere la cima del sacro Monte Batur (1717 mslm). Si tratta di un vulcano attivo, una caratteristica ricorrente da queste parti. 

L’ascesa inizia di notte e anche in questo caso l’obiettivo è l’alba dalla cima. Le opzioni per ammirare l’alba sono due: una prima piattaforma e la vera cima, 30 minuti di cammino più in su. Ovviamente è consigliabile raggiungere questo secondo punto di osservazione se le condizioni fisiche lo permettono. Dal Monte Batur è inoltre possibile ammirare in lontananza il Monte Rinjiani. Lo sforzo di raggiungere la cima sarà poi ripagato da un piacevole bagno nelle acque termali al rientro.

Si impiegano circa 2 ore per ascendere il Monte Batur e quindi la partenza è di solito fissata per le 4 di mattina. Dopo l’alba si può chiedere alla propria guida di trattenersi più a lungo in cima e ammirare il cratere. In totale, l’esperienza può essere completata in circa 5 ore.

Anche in questo caso il percorso è piuttosto semplice da seguire, ma avere con sè una guida è una sicurezza che è sempre bene prevedere.

Bali offre alternative al Monte Batur: si può ammirare l’alba dal Monte Agung (il più alto dell’isola), oppure si può scegliere di rimanere a valle e fare trekking nella foresta, immersi nella natura. L’ascesa del Monte Batur è un’opzione scelta da molti, ma è comunque un buon modo per apprezzare Bali da un’altra prospettiva.

Flavia Cusaro & Simone Ciampi
Flavia Cusaro & Simone Ciampi

Siamo Flavia & Simone e viviamo in Cina da 8 anni dove lavoriamo, viaggiamo e camminiamo. Siamo appassionati di Asia e abitando qua possiamo viaggiare in lungo e in largo attraverso deserti sconfinati, città caotiche, montagne altissime, campi di tè verde smeraldo e albe silenziose. Pur vivendo in una città da 23 milioni di persone, appena possiamo rallentiamo l’andatura e cerchiamo di apprezzare i dettagli e i piccoli piaceri, e il trekking ci permette di farlo nella maniera da noi preferita.

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